Intervista: Marco Antonio Pani


13 gennaio 2012

E’ da diversi anni che seguo le tracce cinematografiche del regista Marco Antonio Pani. Rimanendone affascinato. Lasciandomi colpire dall’acutezza, quanto dalla tranquillità spontanea attraverso la quale la sua arte si dispiega. L’interesse ha portato qualche domanda, che ha continuato a frullarmi in testa anche quando (soprattutto quando) lo incontravo. A una rassegna, o per strada.
Infine è arrivata l’occasione del Babel Film Festival, in cui ho avuto la possibilità di conoscere l’autore e da cui ha preso il via uno scambio di mail.
Il risultato è questa intervista, tra dissertazione e dialogo riflessivo.
Vi lascio alle sue risposte, in attesa dell’uscita del documentario “Capo e croce“.

 

A.P.: Alla seconda edizione del Babel Film Festival, e in diverse altre occasioni, è stata presentata un’anteprima del tuo prossimo lavoro, “Capo e croce“.
Come è nato questo progetto, e quanto ti senti legato alla tematica dei pastori sardi?

Marco Antonio Pani: Uno dei suoni più “celestiali” che io ricordi nella mia infanzia è quello dei campanacci delle greggi che attraversavano il paese, ascoltati al risveglio mattutino quando trascorrevo le mie vacanze estive ad Olmedo, paese di origine di mia madre. Quello è diventato il suono della mia infanzia, quello del passato “buono”, quello da conservare, quello che uno spera non cambi mai del tutto e per sempre. In questo senso, il mondo delle campagne, con i suoi suoni, i suoi sapori e gli odori è un mondo che mi è rimasto dentro e con lui il desiderio di ritrarlo ed anche di conservarlo, con le modalità che conosco, col cinema, come organizzazione e racconto della realtà attraverso suoni ed immagini.
L’osservazione casuale di quanto stava avvenendo nel giugno 2009, con la recrudescenza delle proteste del Movimento Pastori Sardi, mi ha fatto pensare che forse quelle proteste erano un buono spunto per inoltrarmi finalmente in quel tipo di racconto. Con Paolo Carboni, autore ed amico sempre attento alle trasformazioni sociali ed ai problemi del lavoro nell’isola, ci siamo sentiti per telefono ed è stato quasi automatico prendere insieme la decisione di iniziare il documentario.

 

A.P.: Inizialmente il film era a colori, come mai la scelta del bianco e nero?

Marco Antonio Pani: Non è esatto, forse, dire che il film era inizialmente a colori. In realtà a più riprese, abbiamo “fatto uscire” dei promo del documentario che, più che vere e proprie anticipazioni del lavoro finito, erano l’espressione di diverse necessità. Da una parte, di far conoscere e di informare, al di là delle poche e poco complete informazioni fornite dai mezzi di comunicazione di massa su quanto stava accadendo. Dall’altra, di mettere alla prova del pubblico il materiale che stavamo girando, approfittandone per cercare l’estetica e il montaggio giusto per il film in fieri. In quella fase le immagini erano a colori, così come le avevamo girate e come si erano presentate nella realtà.
Dopo un anno e mezzo di lavorazione, il fatto che le prime riprese del documentario fossero ormai “storia”, ci hanno fatto pensare alla necessità, appunto, di “storicizzare” il racconto e di isolarlo dalla “cronaca”. Questo ci permette una maggior libertà narrativa nell’organizzare un materiale molto complesso, ma anche di dare al film un’estetica tutta sua, indipendente e diversa da quella dei servizi televisivi, e dei documentari d’inchiesta.

 

A.P.: L’aspetto narrativo e lo spettacolo sembrano affiancarsi a una visione documentaristica, di denuncia e informazione.
Avete deciso questo aspetto, o sono stati i fatti a decretare il mood di “Capo e croce“?

Marco Antonio Pani: Come ti dicevo prima, “Capo e croce” nasce prettamente come documentario. Inizialmente si è cercato semplicemente di capire cosa stava succedendo. Solo in un secondo tempo, man mano che si andava avanti con il lavoro, che si capivano le dinamiche del Movimento Pastori Sardi, che si sceglievano i personaggi principali del film e che si esplorava il mondo sociale e paesaggistico in cui questi si muovevano, si è deciso di fare di “Capo e croce” un vero e proprio film, in cui il documentario poteva permettersi di lasciare spazio ad una riflessione che fosse anche estetica.
Il nostro intento è quello di realizzare un film che, pur informando dei fatti, sappia anche divertire, commuovere e interessare una fascia più ampia possibile di pubblico. Non ci piace il “parlarsi addosso” di tanta documentaristica. I problemi occorre portarli a conoscenza soprattutto di chi, per un motivo o per un altro (magari anche solo per mancanza di informazione), non è solitamente stimolato a rifletterci, e farlo in modo efficace non solo nei contenuti ma anche nei modi narrativi che si scelgono.

 

A.P.: Il documentario sarà finito quando ci sarà una soluzione alla vicenda dei protagonisti?
Avete deciso un limite entro cui terminare le riprese?

Marco Antonio Pani: Purtroppo attendere la soluzione della vicenda dei protagonisti ci porterebbe a non finire mai il documentario. Ci siamo messi un limite, sia argomentale che cronologico, che però, per il momento, preferiamo non svelare!
Nelle nostre intenzioni, comunque, e salvo clamorosi sviluppi della storia, speriamo di terminare le riprese durante questo mese di gennaio 2012 e di poter presentare il film finito entro aprile-maggio.

A.P.: La collaborazione con Paolo Carboni (regista di “Cattedrali di sabbia” e “Circolare notturna“, direttore della fotografia e riprese ne “I morti di Alos“ di Daniele Atzeni) è ormai assodata.
Qual è la dinamica di lavoro fra voi?

Marco Antonio Pani: Con Paolo ci conosciamo da tanti anni, ma solo in occasione di “Arturo torna dal Brasile” ci siamo trovati a collaborare. Io ero appena tornato, o stavo per tornare in Sardegna dalla Spagna, e quel documentario era l’occasione per girare da subito qualcosa in cui coinvolgere altri amici che lavorassero in Sardegna.
Di Paolo avevo visto da poco “Circolare notturna“, che mi era sembrato un bellissimo lavoro, anche fotograficamente, e allora gli ho proposto di fare la fotografia di “Arturo”. Ma in produzioni di budget così ridotto (il film è stato fatto grazie agli 11.000 euro del premio “Storie di emigrati sardi” della Cineteca Sarda e a un piccolo ulteriore contributo del Centro Servizi Culturali Società Umanitaria di Alghero), regista e fotografo finiscono per fare tutto da sé e così, in condizioni di emergenza continua, l’esperienza lavorativa e creativa diventa esperienza di vita e occasione per rinsaldare i rapporti.
Per “Capo e croce” è andata come ti ho già raccontato e la dinamica è la stessa, anche se in questo caso c’è grande libertà nel momento di filmare. Entrambi filmiamo, ognuno secondo la propria sensibilità e a volte dividendoci i compiti sul momento. Al montaggio sarò io a dare il la, visto che monterò io il documentario, ma ogni scelta importante viene e verrà, comunque, concordata da entrambi.

 

A.P.: Il tuo rapporto coi cortometraggi. Dall’esistenzialista “Chinotto” al surreale “Ladri di carote“, passando per il bergmaniano”Las puertas del mundo niño“, gli arcaismi visionari di “Panas” (premio FICC alla prima edizione del Babel Film Festival) e di “Argyròphleps“, esperimento teatrale con Sara Pani, Gavino Murgia e il maestro Luigi Lai: sembra esserci sempre l’elemento onirico/notturno o comunque un gioco tra luce e ombra.
Sono dei lavori più introspettivi, personali, rispetto al resto della tua filmografia?

Marco Antonio Pani: Mah…forse l’elemento onirico/notturno, più che l’ispirazione di questi lavori, costituisce il mezzo attraverso il quale ho cercato di esplorare le dicotomie realtà/sogno, passato/presente, morte/vita…
Non sono religioso, né appartengo o pratico alcuna confessione religiosa, ma non sono privo di un senso religioso profondo, se intendiamo con questo l’intuizione che qualcosa d’altro, qualcosa di più grande e profondo è nascosto oltre i confini di ciò che vediamo e sperimentiamo comunemente. Forse questi lavori sono l’espressione di una personale ricerca di questo qualcosa in più, oltre che l’elaborazione del mio vissuto interiore personale.
Nei lavori dei miei primi dieci anni di attività tutto questo non è presente, se non sotto forma di osservazione della bellezza della natura e delle opere dell’uomo. Quegli anni li ho passati a realizzare soprattutto documentari turistici, ma nei pochi lavori naturalistici o archeologici che ho realizzato, anche se con tecnica ancora meno completa di quella di cui dispongo adesso, ho cercato, tra le righe, di affrontare anche quelle dicotomie di cui ti parlavo prima.
E anche dopo (se pensi per esempio ai Pittori Catalani in Sardegna ed al “conduttore” che entra ed esce dal passato per raccontare le vicende dei protagonisti), quella tematica non mi ha mai abbandonato.

 

A.P.: Quanto è servita l’esperienza nel documentario naturalistico, storico e artistico?
Nei tuoi lavori sono sempre presenti gli animali, spesso con funzione simbolica o di ricordo, è un lascito della tua esperienza professionale precedente?

Marco Antonio Pani: Credo di averti in parte già risposto nella domanda precedente. Aggiungo però che l’esperienza dei documentari realizzati soprattutto per la SSP editrice, mi hanno permesso di dotarmi di quella base concreta che fa sì che consideri il filmare come un lavoro, oltre che come mezzo di espressione e, alla lunga, devo dire che questo fa sì che il tuo lavoro migliori, perché sei costretto a darti una disciplina in tutto quello che fai, a darti dei tempi da rispettare, a prevedere in fase di sceneggiatura anche dei piccoli dettagli da eseguire in fase di ripresa e che ti permettano poi di dare al film un surplus di significato, a cercare sempre il montaggio che meglio valorizzi tutto quanto si è fatto nella precedente fase di ripresa.
Gli animali sono stati per me sempre fonte di ispirazione. Non saprei dirti esattamente il perché. Forse sarà per la loro presenza nel mondo come qualcosa di altro e diverso rispetto agli esseri umani ed alla loro quotidianità, forse il loro essere in qualche modo “guardiani e osservatori” delle nostre vite assurde mi ha sempre dato degli stimoli e delle sensazioni speciali, e quindi è stato spontaneo, per me, utilizzarli come simboli o come semplici “note musicali” che punteggiano spesso la realtà che cerco di costruire nel microcosmo delle piccole storie che racconto.

 

A.P.: Con i suggestivi “Els pintors catalans a Sardenya” e “Arturo torna dal Brasile” sei tornato al documentario. Il punto di vista, i soggetti, le capacità tecniche, tutto si è evoluto.
Come hai vissuto questi passaggi, con quale spirito?

Marco Antonio Pani: Fra i documentari di cui parlavamo prima e quelli di cui mi chiedi adesso, ci sono anni di studio sul cinema, sia di finzione che documentaristico, e ci sono anni di esperienza come regista di piccoli lavori di fiction, ma anche come aiuto regista professionista in lavori di altri autori. Tutto è diverso e visto sotto un’altra prospettiva e con un bagaglio culturale e anche tecnico diverso.
Soprattutto è cresciuta la consapevolezza che il documentario non è mai mero ritratto della realtà ma interpretazione della stessa da parte di un autore. In quel senso mi sono sentito libero di usare nel documentario tutte le tecniche, anche di fiction, che mi servivano per raccontare ciò che mi interessava.
È cambiato anche l’approccio. Se prima avevo il compito di interpretare argomenti richiesti dalla committenza secondo uno schema commerciale molto rigido (nel caso dei documentari in serie per la vendita di tipo editoriale), mi sono poi trovato a proporre idee mie, con impianto narrativo mio (casomai da discutere col produttore, ma che in ogni caso partiva da una base personale).
Certo che così è molto più dura, perché devi occuparti in qualche modo anche della produzione. Però le soddisfazioni ed anche i risultati sono altri.

 

A.P.: Com’è la vita di un regista emergente/underground in Sardegna?
Lo scarso mercato, la crisi imperante, la disponibilità di mezzi per fare video, e degli stessi prodotti a costo zero, stanno uccidendo la creatività?

Marco Antonio Pani: Ah ah ah!!! A quarantacinque anni suonati mi sento più un atollo corallino basso basso che può finire sott’acqua al primo disgelo dei ghiacci polari, più che un emergente.
Non voglio essere pessimista e quindi posso solo dirti che ripongo parte delle mie speranze, come autore operante, adesso, in Sardegna, nella costituzione di una vera Film Commission che gestisca in autonomia le risorse regionali destinate al FARE CINEMA e che sappia trovarne delle altre: un organismo autonomo dotato di alte professionalità che sappiano valorizzare i talenti artistici e tecnici presenti in Sardegna ed attrarre l’industria cinematografica non solo italiana, ma mondiale, salvaguardando però (e spingendo) l’occupazione e la formazione delle maestranze isolane ed il lavoro degli autori, registi e sceneggiatori, sardi.
La disponibilità dei mezzi “light” per fare film, possono solo aiutare la creatività, non ostacolarla. Il cinema , in questo senso, come arte, sta vivendo una fase di grande libertà e di, in qualche modo, democratizzazione. Certo però così la “concorrenza” si fa più folta e più facilmente si può cadere nell’inganno della tecnica che spesso fa sembrare qualitativamente elevati dei prodotti in cui l’unica cosa elevata è la tecnologia impiegata per realizzarli. Il pubblico però ci vede bene. Si tratta di permettergli di scegliere.

 

A.P.: Da dove arrivano le tue suggestioni di luce, il metodo narrativo, la capacità di cogliere determinate emozioni per riproporle stilizzate allo spettatore?
Chi ti ha più ispirato nel mondo cinematografico? E nella letteratura, nella musica?

Marco Antonio Pani: Credo che il mio personale patrimonio di immagini sia il mix di una personale disposizione all’osservazione, esercitata soprattutto nei primi vent’anni della mia vita (che poi il tempo per l’osservazione si riduce in misura inversamente proporzionale a quello che usi per procurarti di che vivere…) con la pratica del cinema e lo studio, l’osservazione delle immagini e dei suoni provenienti dalla musica, dalla pittura, e dal cinema altrui.
A volte mi è difficile capire da dove mi vengano le idee. E a volte nemmeno mi accorgo quando mi vengono. Nascono insieme alla filmazione, o al montaggio, più raramente in fase di sceneggiatura (non c’è una sola delle mie sceneggiature che avrei selezionato se fossi stato in una giuria, ma forse c’è qualcuno più sensibile di me che si occupa di scegliere, per fortuna!)
Riguardo le fonti di ispirazione/formazione, le cose cambiano con l’età, e non sempre sei ispirato dagli stessi. Faccio però alcuni nomi. Nel cinema: Mizoguchi, Satyajit Ray, Sam Peckinpah, Ford Coppola, Kubrick, Kieślowski, Leone, Tarkovskij. Nella musica: Mahler, Prokof’ev, Puccini, ma anche Penguin Café Orchestra, il Flamenco nelle sue varie espressioni, De André con i suoi arrangiamenti, il rock, la musica etnica di tutto il mondo e chi più ne ha più ne metta.
In pittura amo soprattutto gli impressionisti e i postimpressionisti, e il surrealismo di Chagall. Forse però, in pittura, le opere che più mi hanno affascinato sono i grandi quadri delle ninfee di Monet, in cui, nelle tele più oscure, dopo un primo momento in cui non ti sembra di vedere niente altro che un quadro blu scuro con poche pennellate colorate, inizia uno spettacolo di colori che emergono lentamente dalla tela, la quale sembra “albeggiare” sotto i tuoi occhi. Allora ti sembra che la tua vista e la tua stessa anima “partecipino” alla creazione. Forse, in fondo, sono proprio quelle tele, più di ogni altro tipo di suggestione, ad aver influenzato il mio modo di esprimermi attraverso il cinema.
Ma tutte queste mi sembrano parole troppo grosse. Mi piacerebbe che ne riparlassimo fra vent’anni, se nel frattempo avrò avuto la fortuna e la costanza di girare dei film più completi ed importanti di quei piccoli lavori che ho fatto finora.

Testo di Alessandro Pilia

Info Marco Antonio Pani:

http://marcoantoniopani.blogspot.com
http://www.youtube.com/user/chemicalpani?feature=watch
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=494
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4460&id=188885

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