Live report: The Strings + The Giannies – Linea Notturna, Cagliari


23 novembre 2011

Ieri sera ho fatto un lavoro sporco, al Linea Notturna. Un lavoro sporco. Mi trovavo da quelle parti per caso, con una stizza fra le labbra e due mani in tasca, nella giacca. Ho sentito un gran baccano di tamburi, sferragliare, voci urlanti, tintinnii vari.

Origine sconosciuta.
Mi ci sono avvicinato e, in qualche modo, sono riuscito a entrare dentro. Sono rimasto spiazzato.

Mi sono trovato davanti la gigantografia di Enrico Ruggeri.
Stava suonando quel classico greco, quel pezzo che apre “Pulp fiction“. Come si intitola? “Misirlou“, Dick Dale e i fidi Del-Tones. Se sei un fan del tremolo te la ricordi, per forza.
Ma allora perché dalla seconda in poi Ruggeri diventa muscoloso? Tatuato, sciabordante, pericolosamente infogato. E perché spiattellano senza sosta pezzi dei Toy Dolls come fossero frisbee lanciati mirando alla testa? Bam!

Inizio a pormi tutta una serie di domande cervellotiche su cosa significhi fare revival oggi (fine 2011); su quanto lo spettacolo sia stratificato dalle piccole aggiunte che, di decennio in decennio, vengono applicate a un genere che, in fondo in fondo, è nato quasi un secolo fa; infine su quanto, seppur il tempo cambi, lo spazio (Lo Spazio) sia sempre lo stesso; e la birra anche.

E poi penso anche al povero cadavere di Enrico Ruggeri. che dopo essere morto è stato riesumato e messo in piedi su un palco con una chitarra in mano. E chissà come mai, è pure più in forma di quando era vivo.
La degenerazione del mio pensiero prova che…Basta capriole. Basta arrovellarmi. Inizio a divertirmi.

Non è più Ruggeri: è Olga Algar! Punk’n’roll muscoloso e gracchiante. Roba da saltelli, bicchierone, urli sputati dal/sul pubblico e coretti alla batteria, assoloni in tapping, un bassaccio Ibanez coi toni a palla, timpani che sembrano fusti dell’immondezza, suonati come solo Victor DeLorenzo (…etc.), piedoni epici sul monitor da palco e altri piedoni calzati stile Chuck Taylor che battono freneticamente a tenere ritmi assatanati, scoppi di jack che strepitano pop corn semidissaldati. Un bignami su come sudare copiosamente.
Su un foglietto ci sono segnate le cover: oltre ai Dolls di “Alec’s gone” e “She goes to Finos“, il superclassico “Woo hoo” di The Rock-A-Teens (mi sono rivisto “Pecker” di John Waters di fronte agli occhi), “Rock’n’roll robot” dell’Arlecchino Camerini e anche una “Toccata e fuga” di Sebastiano Bach. Una cesta piena di quelle chiusure a cascata dove vince chi fa più casino.

E alla fine, una canzone tutta loro, che per essere stata scritta da una settimana sembrava rodata a meraviglia. Una specie di Braccio di Ferro che prova a intonare “99 luftballons” a squarciagola, la sezione ritmica segue a rotta di collo e di corde. Artigianato da festa paesana con rissa: una montagna di risatone & se proprio devo pestare mio fratello (perché mi ha guardato storto) lo farei con questa qui come sottofondo.

Non faccio in tempo a svignarmela che appaiono completi e camicie con colletto a largo risvolto, un ciuffone da crooner italoamericano di quelli che sanno intrattenere il pubblico. La voce di Gianni C fa acrobazie, asta in mano smuove qualsiasi cosa in “Le porte dell’inferno“, supportata dalla semiacustica di Gianni D. I problemi con un XLR (che evidentemente non è forzutamente anni cinquanta) costringono la Provvidenza a scendere in campo con il nastro isolante. Segue la tiratissima “Fucked up” col suo assolone in wah.

Si salta presto al rockabilly ad armonica. Sembra di essere in una puntata di “Hazard“, tanto che mi aspetto di trovarmi davanti una bella cow-pie con annesso Kentucky strappabudella, se non fosse per un enorme ne(g)ro™ si intromette tra me e il gruppo, ancheggiando manco fosse in trance con gli Snap a tutto volume.

Ci sono rimasto male.

Mi stavo organizzando per andare a cercare il mio vecchio KKKappuccio, le piume e il barattolo di pece, mi stoppano il boogie up tempo di “Wasted minutes” (con uno scuburagnabappasciabburabbabbé degno di Cab Calloway) la muoviculi “C’mon everybody” di Eddy Cochran e gli stop&go della nuorese “Jekill“. Da li in poi è tutta una discesa su un carretto di legno, con le divagazioni chitarristiche di “Perfect holydays“, l’innesco della tirata “Overload“, “Oh mama, voglio l’uovo alla coque” di Clem Sacco, le sincopi relax “Not a billy show“, “Sweet dreams” degli Eurythmics, la berriana “Johnny B. Goode” e una cover dubstep di Skrillex: “Gambale twist“.
C’è solo il tempo per un accenno a “Redemption song“, interrotta da “Coccinella” di Ghigo Agosti, seguita dal pezzo finale “I feel allright“, con i suoi accenni bring-da-funk-in-da-ghetto.

Mentre ancora i ragazzi armeggiano con strumenti e custodie, mi prendo l’ultima birra, inizio a rimuginare borbottando, con la mia stizza sulle labbra, le mani in tasca nella giacca, completamente rintronato dal forsennato viaggio nel tempo di stasera. “Yours to keep” dei Teddybears STHLM, sullo sfondo della mia schiena che zoppicando scivola via dal Linea Notturna. Che lavoro sporco ho fatto stasera.

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

Info The Strings:

http://www.myspace.com/542656174

Info The Giannies:

http://www.myspace.com/thegiannies

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