Live report: PST Quartet – Old Square, Cagliari


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3 marzo 2012

C’era una volta l’iperbole fibrillante dei PST Quartet e, per piacere, leggendo inziate a mettere su qualcosa della scaletta (versioni passaggi cover temi stravolgimenti) sennò davvero, davvero, davvero, non ci si capirà proprio per niente: quello che scrivo è carta carbone. Senza l’originale, la X sulla mappa non sempre è rintracciabile.

Tende abbassate al punto giusto?
Confusione mentale?
Nove paragrafi di puro (nulla) precipizio?
Sceglietene uno.Uno solo.
Poi se attecchisce…
Occappa, via.

Andrea Granizio, monocromatismi, Massimo Spano, silouette, Emanuele Contis, dialoghi, Daniele Russo, esplosioni.
Ospiti all’Old Square, tappezzato di adesivi Idioteque.
Articolazioni fatali, interminabili incisi di essere al posto giusto al momento giusto. Torte americane multistrato e morfiniche introduzioni si palesano, cadono da un domino Mongo Santamaria, ostinato John Coltrane. Una credenza di cristalli ricca come lo skyline di NY osservato da un inglese.
Con carattere e in movimento, o baccano.

Fosse un cratere lo dipingerei in tinte di colori (e colori, colori) e applausi, perché apre un varco che la felicità esprime con viso e piedi, terminazioni appuntite dell’anima raggiante.
Fosse un film, quindici anni dopo la grande guerra, sarebbe spionaggio e sarebbero i titoli di testa.
Animazioni in jazztobacco.
Stilizzati in verticali/ironici/sobri gentlemen.
Grido estremo, linee e oscurità di una parafrasi che lotta per stare a galla.
Sopra il pelo dell’acqua, i protagonisti.
Ma sono vuoti e pieni, temi scalcianti, il dominio che non esiste più divorato dalle notti imbottigliate.

E’ la volta di partiture sentite in non più di dodici bar.
Sincopi studiate poco prima di provarle on stage.
Un monaco cromatico inneggia, contrabbasso sopra il tetto che scotta, infastidito, percorrendo tutta una serie di sassi che vanno sotto appena calpestati.
Intanto chiudono le finestre, il pianoforte sembra trovare un posto nella contraddizione, quale sarà la porta giusta?
Siamo all’ingresso di una città nuda.
In punta di piedi, un’altra città nuda con un finale diverso.

Riverberi pastelli o candidi girotondi, spazio al clarinetto (“Fritz il gatto”) e al minimale battito di mani, ad arrampicarsi in loopate dal tema semplice. Sarebbe Woody Allen ad ammetterlo, se solo fosse maggiorenne.
E’ il verme del pollice che divora e non può far altro, in attesa di diventare un altro lamento, soldato nella battaglia di Waterloo, sconosciuta e sola pedina di un mesto gioco di società all’iprite.
Aveva tre paia di scarpe, due se le sono mangiate i coccodrilli sputando i lacci con disgusto.

Escher la fa da padrone.
Rampe a doppio senso che le bande dei Marsigliesi…rotolano.
Si prepara un piano.
Abbiamo sfondato il muro, ora come apriamo la cassaforte?
Esasperati, tutti e quattro cercano una zuppa di ceci nel frigorifero.
Trovano invece una copia di “Pulp”.
Leggendola scoprono che l’origine e la soluzione di Nick Belane stanno in un pavone, nel passero rosso. Nel pavone.
Impressioni destrutturate, sezioni di un inseguimento frenetico in automobile.
Qualcosa va storto e ci scappa il morto. E solo in seguito…

Ritmica cazzuta nigga & una lunga jammata da soundcheck. La vampata di Hancock si piazza, punto e a capo.
Un marziano a cento dita.
La giustificazione col piano elettrico di un marito gioviale e bevutello, lo salva l’eloquenza del labirintico annaspare.
Dalla vetrata ai piani alti, Grover Washington Jr. non si è mai permesso di sciogliere le scene in un cubetto.
Stacco e tiro, stacco e tiro.

Per capire com’è uno, basta entrare nella sua stanza quando è assente. Esplorare con lo sguardo il suo mondo, gli oggetti posati sulla scrivania. Quanta polvere si posa sulla lente d’ingrandimento, quanta sui pennelli.
In un piano sequenza rallentato, notare il particolare pungente, con cura, per poi virare sul pomeriggio di una giovane coppia smaliziata. Il padre porta sua figlia a un concerto, la bimba osserva smarrita, il pupazzo stretto, trascinata via. Manca il tempo di incantarsi perché la madre è in camera sua, a Bahia.

E’ giungla cubana.
Eppure, allontanandosi, diventa una serra.
Le piante, ben disposte nei loro vasi mostrano le ombre. L’uomo ha chiuso.
Terso cielo di giugno su luna, unica veglia del sottobosco.
Nella notte, un piccolo topo dribbla vasi, cerca da mangiare: legno, ottone, avorio, tendini.
Che basso silenzio.
I sorrisi di Miles la pantera non sono mai stati così lucidi.

Strombazza sulla pista come Rudy de “I Robinson”. Un ballo liberatorio.
Nel caos, erigiamo pure una statua a John Coltrane.
Mente: scivola, scivola vai via.
Istantaneamente ipnotizzato, vortico nei miei stessi mondi paralleli. Siamo tutti affogati dal brumare Idioteque, è forma jazz in metrica libera.
Ostica, ma libera.

Scaletta:

Afro blue
Straight no chaser
Inchworm
Impressions
Chamaleont
Fragile
Footprints
Blues ‘n men
The chicken

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

Info PST Quartet:

http://www.idiotequecagliari.com

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