Live report: Elepharmers + Black Capricorn + Karma To Burn – Linea Notturna, Cagliari


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6 dicembre 2011

L’altra sera il Linea Notturna è diventato La Mecca per ogni barbuto, stracciato, goladistrutta patito di stoner: il collettivo Monolithix importa i Karma To Burn, spalleggiati dai locali Black Capricorn ed Elepharmers.
Come quando la nonna suona il triangolino.
E’ pronta la torta.
Occhio che è calda calda.

E c’era da scottarsi, di brutto.
Apre il power trio pachidermico. Batterista impettito e corpulento a sorreggere due Les Paul. Rock: non c’è altra parola per descriverli. Matrice primi anni settanta, due Small Stone sotto i piedi di Guido Sunn e Andrea Fex, ma quest’ultimo ne approffitta del suo Cry Baby per qualche divagazione wah. Sembrano prodotti da Chris Goss dei Masters Of Reality, tanto è pastosa la miscela.
Stupefacente “The preacher” col suo kilometric-solo. La voce è nitidissima, le rullatone ci stanno e anche tutta la sporcizia che ci ha fatto benedire i sacrosanti Mudhoney. Schiacciasassi col motore acceso in un garage. Tutti i camionisti del Minnesota hanno gradito stappando una birra coi denti.

Dalla regia zaccano “Wanna be in LA” degli Eagles Of Death Metal, e subito dopo sul palco salgono gli ipnotici Black Capricorn: sezione ritmica completamente al femminile, Devendra Banhart con una Flying V e ancora Fex con un’Explorer con i tappi Ichnusa come potenziometri.
Alle voci, tra urla, profondità, spoken word e coronarie sull’orlo dell’esplosione, Il Baro. Notevoli anche le sue appendici spaziali al synth Kawai.
Abbiamo trovato i Black Mountain de no’artri ne “Il tamburo del demonio“. Arpeggi limpidi, altre volte trashoni o zappati, code psichedeliche da chilo, bassi rocciosi, ritmi quadrati, atmosfere gotiche, spirali, il santino di Zakk Wylde. “10000 tons of lava“. Alla fine il bel 7/8 di “Call of the goat“, con assolone alla Jerry Cantrell. Ci vorrebbe solo più gente a fare headbanging.

Dopo un rapidissimo cambio di stage ecco che si palesano tre mostri. Alla chitarra, un clone di “Dude” Lebowski attento a non rovesciare neanche un goccio di birra: “Bad boy! Bad boy!” intimava alla bottiglia. Manone che danzano come fossero onde, le nostre orecchie tavole da surf che ci navigano sopra.
Ai tamburi, il gigione dei Pitura Freska; denudato, scarnificato, desimpatizzato, phonato e termoriscaldato tanto da far gocciolare per mezzo concerto un asciugamano, zozzissimo, appeso a un’asta da crash.
Al basso, un miscuglio tra Zanardi/Willem Dafoe/Yattaman, ma ancora più pigna. Tutti e tre non ci hanno dato un solo attimo di tregua.

Dopo un bel feed, parte il riffone di “47“, unico pezzo del concerto tratto dall’ultimo “V“. Southern sludge. Il deserto in cui Tony Iommi ha perso la falange destra, staccata di netto con un morso. Ed è la stessa cosa che percepisco sul viso con la vecchia “8“, cugina di secondo grado di “Casalingo” di Bugo. Bella dritta. Raffiche potenti? No, è solo il ventilatore che Will Mecum si è piazzato ai piedi per poter sembrare un epico sciamano che scruta il suo popolo da sopra un’altura.
Se la gode orgogliosamente, mentre la sua panza inizia a vibrare al ritmo di “39“. Intanto inizia a farsi sentire l’assetto affilato di Rob Oswald: piatti altissimi, fusti profondi e un bel “NOW” di nastro isolante sulla cassa.
Un polpo.
Anche Rich Mullins non ne può più, e implora alzando il plettro di smorzare il monitor.

E’ il turno di “41″ quando mi accorgo che stanno suonando senza nessuna pedaliera. Tengono sempre gli stessi suoni per tutto il set. Ma quanto si è primitivizzato il modo di fare rock pesante? I gruppi di supporto avevano tutta una schiera di monoeffetto, mentre i Karma To Burn sono a briglie sciolte. Il concerto è un bignami per imparare la doppia plettrata.
E’ con i ritmi tribali e gli energici tricordi di “14“, “34” e “42” che scorgo i genuini tatuaggi di Mullins e Mecum, quelli verdi da carcerato, invecchiati dal tempo. E’ un pò la sintesi di quanto la loro musica sia una specie di crosta, con radici profonde da anni e anni di girovagare sui palchi. Non nelle arene, non negli stadi. Nascere a Morgantown, West Virginia e finire a Cagliari, Sardegna.

Una doppietta da “Almost heathen” (“5” e “19“) anno 2001, poco prima che si separassero per sette anni, e il pogo comincia.
Mentre rischio di prendere scarponi in faccia continuo come un sefardita a prendere appunti. Il gruppo non si scompone. Anzi, sorridono.
E si giocano le ultime (“32“, “28“, “20“) direttamente da “Wild, wonderful…purgatory“.
Il casino si fa mastodontico, a stento riesco a sfuggire dalla bolgia disumana.

Mi giro un attimo e intravedo Neeva, circondato da Danilo Serra dei Dolmen, Andrea dei Terra Di Nessuno e Nicola dei Mompestofaest. Ci si mette anche l’indiano coi fiori. Sembra una corrida.
Meglio, la mandria di tori a Pamplona.
Sventagliate di chitarra a destra, paradiddle incomprensibili a sinistra.
Residui bellici truccati alla bell’e meglio.
Qualcuno si prepara ad accendere un rogo.
Si sentono fischi di tapping e sincronismi alla ZZ Top.
Esplosioni di mine antiuomo.
Strepitii.

Prima di trovarmi nel mio letto, una mattina qualsiasi, ricordo solo quell’enorme viso estasiato dal calore della folla. Sembrava che si stesse per cuccare l’ultimo Cucciolone rimasto in freezer.
Poi una botta alla testa.
Rimane solo un cumulo di macerie e “Sheena is a punkrocker” dei Ramones.

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

Info Elepharmers:

http://www.myspace.com/elepharmers
http://www.facebook.com/pages/Elepharmers/200434356636443

Info Black Capricorn:

http://www.myspace.com/blackcapricorn666
http://www.12threcords.com/black-capricorn.html

Info Karma To Burn:

http://www.k2burn.com
http://www.myspace.com/karmatoburn

 

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