Live report: Waves On Canvas – Fabrik, Cagliari


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30 dicembre 2011

L’antivigilia di capodanno ha tenuto in serbo per me, e per il pubblico del Fabrik, uno scenario raccolto, familiare, direi quasi da colonna sonora cinematografica. Il locale si è ben prestato all’opera, con le sue tende rosse, i soffitti bassi, l’aria calda, le luci soffuse. Il tepore delle vacanze di fine anno. Tutto sembrava un presepe, e noi piccoli piccoli li dentro, a farne parte.

Il sipario si apre su Waves On Canvas.

Stefano Guzzetti si dedica ad un progetto ambizioso quanto riuscito, dopo le esperienze dei film “Uncle Bubbles” di Fabrizio Marrocu e “I morti di Alos” di Daniele Atzeni.
Fanno angolo, tra le macchine, i cavi e il laptop, le visualizzazioni fotografiche e video, quasi tutto di sua esclusiva creazione.
Sono tante declinazioni ambientali, in manciate di minuti. Album di diapositive tese, piene di suspance. La natura si contrappone alla creazione umana, e la vita, spesso, è lasciata ai bordi, timido passaggio, intermedio, tra quello che è nato e quello che è stato costruito per sopravvivere alla mortalità.

L’indagine di Waves On Canvas sublima lo sguardo, lasciando ai suoni un ruolo meno ragionato, che inconsciamente definisce il clima di ciò che più esplicitamente è mostrato. Le forme musicali sfiorano l’udito, o lo colpiscono in lampi di violenza. Sembra una mareggiata vista da un paesino costiero, abituato all’aria salmastra, eppure sempre preda delle onde che si levano, indomabili.

Stella” apre il set, con la sua tematica floreale, la cassa in secondo piano, i grilli, un sintomo di speranza e la fermezza di una sincronia che basa i sei pezzi proposti.
Resto incantato sulla favola di “Live“, interpretata da Nicola Adamo. Il suo benessere, la naturalezza. L’atmosfera di attesa che solo gli Isan infondono in un Sorrentino. Le oscillazioni, i campioni vocali, le spirali, la lentezza, la simbologia, le sovrapposizioni semantiche.
La sorpresa finale.
Pura poesia.

Ascolti Waves On Canvas e sembra che fuori piova.
E’ lo stato d’animo.
E’ un sogno sotto il piumone.
In “Everywhen” sono le nuvole a muoversi, scandite da una marimba impazzita, tasti stereofonici.
Il cielo.
Il tempo elevato al cubo, e i molteplici andamenti di ciò che ci sta intorno: tutto ha una sua velocità.
Guzzetti si sposta da un lato all’altro per far in modo che tutto stia al suo posto.

Eastman Kodak Canada. Toronto. Ontario” è lo zoom di un Tobe Hooper.
La vibrazione himalayana, lo spettro artificiale di cui sopra.
Il manufatto disumanizzato.
Metafisica.
Lo stabilimento, l’architettura funzionale.
L’abbandono e il graffito.
Il segno dell’esistenza.
Ma non è astrazione, perché, al contrario, il messaggio è immediato.
Quanto un’esplosione: tutta rivelatoria.
Pare di essere arrivati tardi.
Qualsiasi cosa sia accaduto nel palazzo.

Il tema metropolitano/esistenziale si staglia in “Voix dans une voix“, con la collaborazione di Marc Atkins e Françoise Lacroix.
Filtri video, split screen, b/n versus colore, sfocature e ancora contrasti sincronici di movimento.
The XX apprezzerebbero.
Forse anche i Lali Puna.
Mentre si fa sera.

Chiude il cerchio la narrativa di “A dedication“, un vero e proprio corto animato da Gabriele Pala. Con gesti vicini al Richard Linklater di “Waking life” e “A scanner darkly“, levitiamo tra i grattacieli e le balene a bordo di una Vespa per giungere a una pace silenziosa, consolante.
Leggero come il silenzio, eppure fondamentale, quello che dovrebbe essere il commento spreme una lacrima.
Poi due.
Poi tre.
E così via.

Waves On Canvas, un monolitico glaciale sottofondo, di ricami impalpabili.

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

Info Waves On Canvas:

http://www.wavesoncanvas.com

 

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