Intervista: Alessio Longoni


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8 febbraio 2012

Non ho mai conosciuto personalmente Alessio Longoni.
La sua voce mi è arrivata attraverso le casse dell’impianto hi-fi.
Un leggero, raffinato, intenso disco intitolato “Cose distanti“. E’ stato quello il momento in cui ho deciso di fare un’intervista, per sopperire la mia assenza al concerto del 26 gennaio 2011, all’FBI di Quartu.
Le domande provengono quindi dall’atmosfera creata da queste nove canzoni. Dal loro respiro, dai messaggi setosi, dall’ampia porosità verbale. Le domande sono immaginate, frutto della curiosità più ingenua. Alla ricerca di un’indagine sull’animo del cantautore, spaziando la poetica, per trovarmi di fronte la persona.
Alessio Longoni.
E scoprire, in un backstage via email, che a tutti, giornalisti e scrittori, cantanti e scribacchini, capita di finire la benzina proprio in cima all’Asse Mediano. In mezzo a una curva, lontani da qualsiasi rifornitore.
Al centro di un’esistenzialismo incredulo e ironico.
Pronti a morire.

A.P.: I tuoi testi hanno un punto di vista descrittivo/personale/espressionista, talvolta narrativo. Tra le righe è sempre presente la metonimia, che trasforma il particolare in generale. L’esperienza vissuta si trasforma in filosofia di vita. Raccontare sé stessi per raccontare il mondo.
E’ questo il ruolo che deve ricoprire il cantautore? E’ questo il sentimento che muove di più la tua penna?

Alessio Longoni: A mio parere il cantautore deve raccontare qualcosa che possa destare attenzione verso l’ascoltatore. Ciò non significa che debba necessariamente filosofeggiare o costituire una sorta di guru che impartisce lezioni di vita. Direi che si può pensare al cantautore come ad un attento osservatore della realtà che ci circonda quotidianamente, fatta di grandi ma anche piccole cose, quasi impercettibili e talvolta anche banali. Credo che la sfida più grande sia quella di “fotografare” e raccontare le cose più semplici dove a mio avviso si nascondono delle piccole verità. Questo è ciò che cerco di fare.

A.P.: Nell’Anno Domini 2012 esiste ancora il cantastorie che fa staffetta di locanda in locanda, di concerto in concerto, scrivendo durante i viaggi, spostandosi di continuo?
O vedi più questo ruolo come uno stato d’essere, non una professione, secondo un pensiero che dalla scapigliatura all’esistenzialismo si estende alla letteratura americana del novecento, sino ad arrivare a un Moravia, un Montale, se trasliamo linguaggio anche un Mike Bongiorno?

Alessio Longoni: Credo che quando ci si esprime attraverso l’arte, in questo caso la musica, ci debba essere inanzittutto una grande necessità che nasce a livello interiore, che ti appartiene fin dalla nascita, che porta ad aprirti e quindi a far conoscere senza filtri la tua musica. Quindi l’idea di base, proprio per la sua naturalezza, potrebbe ricondurre all’idea romantica, un pò bohemienne, dell’arte e si dovrebbe creare e scrivere con questo stato d’animo. Una dimensione artistica che potrebbe sfociare e maturare in qualsiasi parte del mondo o nella tua camera, questo non importa. Ma nell’attimo stesso in cui concludi il tuo lavoro, che sia un quadro come una canzone, è necessario che prenda il volo verso il mondo, in modo da poter viaggiare ovunque ed arrivare alle orecchie delle persone che costutiscono il naturale appagamento per un artista. Questo “passaggio di consegne” in passato poteva riuscire portandosi il proprio strumento ovunque e quindi suonando davanti ad un pubblico forse non sempre numeroso, ma sicuramente vario e predisposto all’ascolto. Oggi questo approccio lo vedo quasi scomparso a causa di una serie di dinamiche ben note a tutti. La rete ha sicuramente fornito in parte un aiuto alla diffusione globale della propria arte ma è anche vero che stiamo parlando di una bacino di pubblico per lo più virtuale che spesso non ti ritrovi ai concerti.

A.P.: Il tuo percorso segue il filo del cantautorato italiano. Ci sarebbero tanti nomi da fare, ma preferisco chiederti invece quali film, quali libri, quali idee hai scoperto grazie a questi artisti.

Alessio Longoni: Non ho mai prestato attenzione ai libri o ai film che gli artisti che stimo dichiarano di leggere o di vedere. Piuttosto sono interessato al lavoro che propongono o ancora meglio alla loro idea di arte che hanno sviluppato e raffinato nel tempo. Ho sempre amato le biografie dei grandi scrittori, le loro passioni e contraddizioni che, secondo me, forniscono alcuni elementi essenziali sul perchè della grandiosità di alcune loro opere. Penso alla vita intensa e contradditoria di D’Annunzio o alla moltepilcità di Pessoa che lo ha portato ad essere uno dei poeti scrittori più prolifici. In ogni caso c’è sempre un elemento comune tra loro, la perseveranza. Un insegnamento fondamentale.

A.P.:Cose distanti” è il tuo ultimo disco. Quale sarà il prossimo capitolo?

Alessio Longoni: Attualmente sto lavorando al nuovo disco che probabilmente vedrà la luce entro il 2012. Come il precedente, le musiche e i testi sono stati scritti da me, ma a livello di produzione artistica ho voluto fortemente collaborare con diversi produttori e musicisti della scena nazionale che stimo da diverso tempo, in modo da realizzare un disco il più eterogeneo possibile.
Infatti ci sarà all’interno anche un brano di musica da camera arrangiato dal M° Charles Burgi, affermato compositore d‘orchestra che ha lavorato con dei grandi artisti come Ornella Vanoni, ed eseguito da un quartetto d’archi della Scala di Milano.

A.P.: La musica è solo un medium per esprimere la voce di quello che scrivi, un efficace supporto, o ricopre un ruolo fondamentale?
Da cosa nasce una canzone: melodia, idee d’arrangiamento o qualche pensiero notturno?

Alessio Longoni: La musica è di fondamentale importanza per esprimere ciò che scrivo nei testi. Potrei vederla come un ambiente ideale dove far fluttuare in maniera ottimale le parole che scrivo. E‘ la ricerca di un equilibrio tra musica e parole, non sempre facile da realizzare. Ma penso anche che talvolta un bel testo arrangiato con una sola chitarra acustica o un pianoforte, possa da solo creare questo equilibrio senza avere necessità di grandi arrangiamenti.
La storia della canzone presenta diversi esempi di questo tipo.
Non ho una formula standard che mi porta a comporre e scrivere una canzone. Accade spesso che mi ritrovo a suonare la chitarra in situazioni di puro relax casalingo, e da una successione di accordi che in quel momento trovo interessanti può venir fuori una melodia che mi intriga e che cerco di sviluppare nel migliore dei modi con diversi tipi di metrica. Il testo poi viene, per così dire, adattato alla melodia e prende sempre spunto da avvenimenti che ho vissuto oppure osservato, o da piccole situazioni che ho fissato nella mia mente o nei miei appunti.
L’arrangiamento lo vedo come il vestito della canzone, l’atto finale, prima di procedere alla registrazione in studio, che in ogni caso inizia a delinearsi già in fase compositiva. Devo dire comunque che alcune canzoni di “Cose distanti” sono nate da un determinato ambiente sonoro che poi mi ha fornito il giusto mood per iniziare a sviluppare la parte melodica e il testo.

A.P.: Il tuo primo disco è costituito interamente da brani in forma canzone. C’è ancora qualcosa da dire, da osare, con questa struttura?
Faresti mai un disco completamente strumentale?

Alessio Longoni: La forma canzone è un qualcosa che appartiene al mio DNA e che continua ad affascinarmi.
E‘ sicuramente limitativa, se si pensa per esempio alla struttura utilizzata nel pop e ancor di più se si pensa ad un singolo radiofonico, quindi orientato ad un ascolto numeroso.
Penso comunque che non sia così facile sintetizzare in poco più di tre minuti un testo interessante ed un arrangiamento musicale che possa destare attenzione e nel contempo risultare piacevole all‘ascolto. E‘ una piccola sfida.
Il pensare di “osare” nella forma canzone mi sembra alquanto azzardato, se penso a cosa hanno prodotto nell’arco della loro carriera, per esempio, i Beatles. Credo che il tentativo e l‘intento debba essere scrivere della buona musica, cantata o strumentale che sia. Detto questo non escludo in futuro di comporre un disco totalmente strumentale.

A.P.: Come vivi l’esperienza live?
Come ti rapporti col tuo gruppo di musicisti?

Alessio Longoni: Il live è la naturale prosecuzione del tempo impiegato a scrivere e registare il disco. Adoro suonare dal vivo e il contatto con il pubblico.
I musicisti che mi accompagnano sul palco sono prima di tutto amici che stimo sia dal punto di vista umano che professionale, e che in ogni caso hanno una visione artistica simile alla mia.
Pertanto posso contare sul loro supporto totale per la buona riuscita di un live, che è ciò che maggiormente mi interessa.

A.P.: Quanto conta la figura del produttore artistico in un disco?
Vedi figure interessanti nel panorama italiano o internazionale?

Alessio Longoni: Il produttore artistico è una figura molto importante a mio parere. Credo che si stia vivendo per certi versi in un periodo di profonda omologazione che colpisce diversi settori compreso quello culturale, che è legato strettamente alla musica. Pertanto accade spesso di ascoltare artisti e bands che hanno un suono esattamente uguale a tanti altri.
Credo che l’originalità nel linguaggio musicale (parlo sia dei testi che della musica) debba essere prioritaria in questo periodo storico. Certo non è facile, ma secondo me si dovrebbe spendere del tempo per creare e ricercare il proprio suono e il proprio stile in modo da avere una propria identità artistica. In questi casi il produttore artistico può essere un buon compagno di viaggio che può darti una mano a creare e ricercare quella dimensione artistica e sonora ideale che poi nel tempo potrebbe diventare il marchio di fabbrica dell’artista stesso. Penso a George Martin con i Beatles oppure a Brian Eno con i Coldplay.
In Italia ci sono diversi produttori che stimo particolarmente. Potrei citare Giulio Ragno Favero, Roberto Vernetti e Teho Teardo. Trovo inoltre molto interessante e creativo il produttore francese Jean Philippe Verdin aka Readymade Fc.

A.P.: Cambiando idea sulla terza domanda, e dovendo trovare delle influenze, mi avvicinerei ai Baustelle, al Battisti di inizio anni ottanta e soprattutto all’Alessandro Raina di Amour Fou e Casador.
Quali sono stati i tuoi ascolti in fase di scrittura e registrazione?

Alessio Longoni: Il mio progetto musicale è indubbiamente molto vicino agli artisti che hai citato, che tra l’altro apprezzo.
Ho sempre ascoltato tantissima musica anche quando mi dedico alla scrittura di un disco. Non parlerei comunque di un’influenza artistica ma piuttosto di un’influenza a livello di dimensione compositiva. Alcuni degli artisti che hai citato come i Baustelle e Amour Fou hanno, secondo me, il merito di aver sdoganato definitivamente un tipo di scrittura che potrei definire esistenzialista, tipica del periodo ‘60/’70 italiano dove alcuni cantautori come Piero Ciampi, Sergio Endrigo e Tenco venivano certamente apprezzati dal pubblico ma talvolta definiti “tristi”. Di conseguenza c’è stata sempre un pò di riluttanza a livello discografico a supportare dei nuovi progetti musicali con una scrittura introspettiva.
In fase di scrittura di “Cose distanti” ho sposato totalmente questo approccio compositivo, che secondo me invita ad una scrittura priva di vincoli e non per forza da Happy Hour.

A.P.: Cagliari è la tua città. Ti influenza, la vivi e la riscopri con le tue canzoni?
Quanto emerge il tuo essere cagliaritano e come lo esprimi?

Alessio Longoni: Cagliari è la città in cui vivo, una città dai ritmi lenti e a dimensione d’uomo. In un certo senso l’ambiente ideale per scrivere.
Cose distanti” è stato registrato tra Cagliari e Milano, dove mi sono recato spesso negli ultimi anni.
La preproduzione è stata fatta a Cagliari in una mansarda in centro storico dove avevo allestito il mio home studio. E’ stato molto stimolante dal punto di vista compositivo perchè è stato per diversi mesi un luogo di incontro tra amici musicisti che ha generato uno scambio di idee molto costruttive che indubbiamente sono confluite nelle canzoni. Lo considero appunto un disco notturno e intimista. Confidenziale per i temi che ho affrontato.
Non so quanto, dall’ascolto del disco, possa trasparire chiaramente il mio essere cagliaritano.
A livello sonoro ho sempre amato le sonorità di stampo british, ed è ciò che ho cercato di riportare in fase di arrangiamento. E’ indubbio però che alcune canzoni, come per esempio “Morire nel Corso”, hanno dei riferimenti diretti alla mia città.

Testo di Alessandro Pilia

Un sentito grazie ad Angelo Argiolas.

Info Alessio Longoni:

http://www.alessiolongoni.it
http://www.myspace.com/alessiolongoni

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