Live report: Bianco – Muzak, Cagliari


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11 febbraio 2012

Il freddo è tanto che all’inizio gli appunti sono usciti tutti tremanti.
Poi, via via, sono diventati un indefinibile segno di speranza, al limite della sicurezza.
Recensione difficile quella che prende le fila da un concertino al Muzak, lo scorso sabato. Imbambolati dal freddo, abbarbicati su a Castello, i pochi che eravamo ci siamo moltiplicati sino a far sì che l’unico spazio vuoto fosse sopra le nostre teste.
Rapiti dai soffitti alti, sorretti da travi arancioni.
Blaster sulle mensole, electrostep striscia per i pavimenti dai sub.
Il muro è bianco, in fondo il bancone e i bagni più belli che abbia mai visto dopo quelli dell’Aggabachela di Sassari. Sul prezzario puoi scegliere anche Neeva, e questo è un bene.

Alberto Bianco, giovane cantautore torinese, acustica in braccio e un animo enorme sul viso, è accompagnato dal chitarrista Giovanni Maggiore, pedali, e-bow e smorfie. In due contribuiscono allo sbrinare di cose/animali/persone, al piacevole lievitare dei timpani, quasi fossero tenere paste di fronte a un camino appena acceso.
C’è chi gli si siede di fronte e chi lo ammira, quasi fosse un tramonto, relativamente da lontano.
Il fuori non esiste più.
Neanche le finestre.

Ascoltare “Nostalgina” prima di andare a due centimetri dal microfono di Bianco è un altro bene, per due motivi.
Il primo è di stampo musicale.
Assaporarsi sul sofà la produzione di AntiAnti, le comparsate di diversi amici, tra cui Gionata Mirai.
Saggiare gli arrangiamenti cristallini, tintinnanti di tamburelli, corde metalliche, piano, percussioni, scoppiettii.
Setacciare le vicinanze delle inflessioni che Bianco ama, e che cita.
Stasera invece c’è un piglio elettrico.
Quindi: gustarsi le sette piccole differenze.

Secondo aspetto, i testi.
Ché per un autore le liriche sono fondamentali, e che il pubblico ne conservi una traccia, o meglio di fronte a lui le sussurri, come soffio su brace, con un mezzo sorriso, uno sguardo compiaciuto, complice, fa sì che l’atmosfera si riempia.
Quelli là fuori, al gelo, stanno perdendo delle vere canzoni.
Il medley tra l’epica “Splendidi” e il rapido singolo “Raccontami“, un’accensione di candele e la tenue fiamma continuamente smossa, a giocare con l’attenzione di noi bimbi. Racconti di vita.
Illusioni, constatazioni, disillusioni, ironie di una giovinezza sul pendolo di questo ventennio glaciale.

Bianco scrive seguendo il filone cantautoriale della Grande Crisi Italiana. Parla di oggi, di un ragazzo X, equilibrista tra un normale lavoro per vivere e un normale sogno per sopravvivere. Ci mette dentro tutto quel che gli piace, la “sua” musica in primis, non tralasciando nomi e cognomi.
Anticipa chi potrebbe recensirlo (adoro quando pronuncia i nomi di Fink, Frusciante, Lanegan, Battiato, Battisti).
Sottintende gli andazzi della Torino indipendente. Come spartiacque tra i pesci, i pescatori e i parassiti.

Bum“, beat e melodia.
A dirle quelle cose con così tanta leggerezza.
Qualcuno parla dell’arte di essere un artista, l’inedito è appena dietro il sipario.
Le quinte non esistono più: Bianco mostra la nudità sulla pelle del suo stesso corpo.
The Tallest Man On Earth.
Agosto” si situa altra parte dell’anno (tutti i brani hanno una collocazione temporale, quasi fosse un concept a scorrere di dodici mesi). Una scrittura sui sipari più malinconici e desolati. Un assolo sopra ombre dai doppi toni, blu e rossi. La spontaneità del video cieco di “Mela“, le situazioni colloquiali di “A lavorare“.
Musicista è il nome di un mestiere?

L’andamento à la Captain Beefheart di “Blu“, paradossalmente uno degli episodi più sospesi della scaletta, è un’amaca sospesa sotto il cielo sardo, e merita un bis.
Con le distrazioni di “Arpeggi & sigarette” e l’anteprima di “Morto” il discorso si fa più malinconico. Sembrano pensieri a voce alta, raccomandazioni, perplessità, promesse interrotte da chi esce per andare a fumare.
Domanda lecita: si può spezzare una canzone per andare a prender freddo?

Altra domanda lecita: si può andare a letto con in testa “Amiamole” e risvegliarsi con le stesse parole in bocca?
Da strappare un sorriso e un lungo applauso.
Un viaggio in macchina, eppure casalingo, onirico, al termine della notte.
Non siamo mai usciti dalla nostra stanzetta.

Ecco, se dovessi usare due termini per questo concerto direi onesto, personale. Senza un palco, un grosso pubblico, troppi orpelli, spintoni di grandi organizzatori, Sanremo.
Fuori dalla porta, un’intelligenza presunta, un’immagine vacua, un mercato musicale sottile come il vetrino di un microscopio, l’inquinamento, la non-comunicazione, la peste, questa Nazione che non lo è mai stata, il coma.

Ci racchiudiamo in un Decameron di storie d’oggi, almeno fino a domani.

Scaletta:

Splendidi
Raccontami
Bum
Agosto
Mela
A lavorare
Blu
Arpeggi e sigarette
Morto
Amiamole

Cosa va di moda oggi?
Blu

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias 

Info Bianco:

http://inritorino.com/bianco
http://www.facebook.com/Bianco

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