Live report: Comaneci – Hancock, Cagliari


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22 febbraio 2012

Un mercoledì di metà febbraio, Ale tartaruga e Paola porcospino si svegliarono dal letargo.
Stropicciandosi gli occhietti, misero su blusa e calzoni, sciarpa e berretto, e si recarono a vedere un bel concertino.
I Comaneci.
L’arrivo all’Hancock fu accolto da due simpatiche scoiattole, che abbracciandoli esclamarono: “Bevete pure, bevete della buona birra o un latte caldo, vi ospitiamo noi!“.
I due si accomodarono volentieri, apprezzarono il calore dell’ampia tana, la sua atmosfera, i dischi sulle mensole.
Le poltroncine furono presto occupate, e tra le due bestiole iniziò una lunghissima conversazione su tutti i funghi che si possono mangiare, anche quelli che si trovano dentro la foresta. Il babbo di Paola infatti, si inoltra di sovente in mezzo agli alberi, al sorgere del sole come al suo spegnersi ai margini delle colline, d’estate e d’inverno, per cogliere questi saporiti prodotti che ci da la terra. Ale ne va proprio ghiotto! Invece Paola li detesta, da buona porcospina, e glieli regala tutti quanti.
A un certo punto, proprio nel bel mezzo della descrizione di un bel porcino reale, le loro bocche si spalancarono di stupore: due animaletti, un topo di campagna e un gatto selvatico, acchiapparono gli strumenti e si misero a cantare e suonare tante belle canzoni, perbacco!

Potrebbe essere l’incipit di una delle tante ambientazioni che i Comaneci esplorano, spostando fronde di salici, pagaiando un fiume non troppo placido.
Sarebbe un modo per entrare nell’ottica della loro estetica.
L’immedesimazione in un certo immaginario.
Come ogni buon spettacolo che si rispetti, non abbiamo davanti solo una coppia di musicisti, un piccolo ensemble da camera con voce straordinaria e arrangiamenti curatissimi.
I Comaneci sono pura evocazione, saliscendi da culla.

Per la durata del concerto, i presenti, dal primo all’ultimo, sono stati presi e rapiti, come bimbi in un sogno/incubo di mezza infanzia, nascosti tra le pagine del loro libro preferito. Il polveroso volume che chiedevano di raccontare poco prima di dormire, quello che avevano trovato in un magazzino a casa dei nonni o che una zia zitella aveva premurosamente portato in dono.
Nella loro magia, i Comaneci si distinguono per un duplice rimando al passato.
Uno radicato nei ricordi, per quanto universali e scontati siano. L’altro in un mitologico passato, chiuso in matrioske storiche, solo lievemente sfumato dal punto di vista spettatoriale.
Si tratta di canti collettivi, strofe e ritornelli di cantastorie per chi si raccoglie ad ascoltare.

C’è il gotico, l’oscuro, il misterioso, il magico.
C’è l’ottocentesco e il suo ripescaggio di ancestralità medievali, ci sono le dita nodose di certi alberi che prendono possesso di costruzioni dimenticate, il limite attraverso il quale lo sconosciuto diventa paura e si fa freddo, mistico.
Dimenticato.
Sfogliare un volume di Rebecca Dautremer, le sue tristi solitudini, i personaggi carichi di una morale fiabesca, sfumature come d’essere rinchiusi in un pozzo.
Metter su “Faust arp” dei Radiohead con in mano un booklet curato da Stanley Donwood, le sue cose più spettrali e desolate.
Leggere Roald Dahl, i fratelli Grimm, quei racconti così densi che in mezzo paragrafo si è immersi sino alla cintola, non si può smettere.
Fanno lo stesso effetto.
Provocano sussulti.

Ci si gira indietro per essere sicuri che non sia vero.

E’ la perdita di una certa sensibilità credulona e ammaliata.

Prendersi due ore per “Tideland – Il mondo capovolto” di Terry Gilliam, provare a capirlo.
Provare a fare un’inversione di rotta nel modus vivendi dei pre-adolescenti.
Ci sarebbero “Nel paese delle creature selvagge” di Jonze, “Fantastic mr. Fox” di Anderson.
L’allegoria di mostri e animali antropomorfi. Tentativi, mani tese verso un’altra dimensione, conigli che fuggono strade perdute.

Solo in un secondo momento entra in gioco il secondo passo, quello soggettivo.
Come in una “Gymnopedie” di Satie, un flusso continuo di flashback, lampade puntate su angoli remoti, rimembranze direttamente pescate nell’infanzia del singolo spettatore. Mi sono stupito a rivivere certe illustrazioni, anche impressionanti.
E non sempre a lieto fine.

Tra il pubblico sento bisbigliare i nomi di Emiliana Torrini, Isobel Campbell, Cat Power.
Ma c’è di più.
Come vien voglia di chiamare a gran voce Jefferson Airplane, sabbatici e cerimoniosi, o i Morcheeba di “Big calm“, di certo meno logici ad accostarsi, e i Franklin Delano, mitologici/vicini/lontani, eppure tutto a un tratto realistici, possibili!

Sbatto le palpebre, sono ancora al sicuro tra una “One night” e una “On my path“.
Una chitarra classica in arpeggio, l’elettrica sui cui pedali si sono soffermati anche Sara e Gianmarco dei Diverting Duo, divisa tra echi soffici e distorsioni sventranti, che si fa rubare il posto solo dal banjo, la ritmica stoppata, la trama di una narrazione senza pause.
Gli scatti fotografici, qualche risata, i timidi commenti di Francesca Amati e la fiera schiettezza omerica di Glauco Salvo, il battere dei loro passi, secchi o armonici, le movenze morbide, le dita guizzanti, i personaggi della splendida copertina di “You a lie” illustrata da Ericailcane.
Solo questo mi richiama da un baratro autistico.

Infine, è una liberazione il momento in cui, post-applauso e sotto dettatura di Bob Corn, i Comaneci lasciano spazio a qualche canzone ad amplificazione naturale.
Siamo un tutt’uno, la forza emerge, e diventiamo protagonisti di quella storia che si racconta.
Un carnevale seneghese.
L’orso che cavalca la cavalletta, il ramarro, la salamandra, io tartaruga, Paola porcospino, Francesca gatto selvatico, Glauco topo di campagna, le ragazze scoiattolo.
E tu?

Scaletta:

Green
A pair of glasses
Radiation
One night
On my path
Grasshopper
Satisfied girl
Where were you?
The fall
Let them burn
Green lizard
Good company

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

Info Comaneci:

http://www.myspace.com/comaneciband
http://www.facebook.com/pages/comaneci/174410570492

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