“Viaggio al termine della notte”, Louis-Ferdinand Céline, di e con Elio Germano e Teho Teardo – Teatro Massimo, Cagliari


28 febbraio 2012

Viaggio al termine della notte“, una lettura scenica in forma di concerto dell’omonima opera prima di Louis-Ferdinand Céline, si apre con un palco vuoto e tre isole illuminate, per tre dei quattro protagonisti.
Teho Teardo è l’anima musicale di questo progetto, l’addetto ai suoni. Si adatta alla chitarra, fa sussultare dapprima un archetto, nella vibrante introduzione, poco prima che le parole prendano il sopravvento. Va a unire creazioni ambientali e di commento, impressioni in similitudine col suo percorso di compositore cinematografico, sollevando gravità dai suoni delle sue corde, talvolta mosse da un bordone e-bow.
Si affianca a Martina Bertoni, che segue e disegna la sua ombra al violoncello, ricamando inflessioni, dando corpo e contrappeso, generando il pathos più puro, teatrale. La voce di Elio Germano, interpretazione fisica, braccio/muscoli/sguardaccio con scrittoio e lampada, è Ferdinand Bardamu.

Il personaggio di “Viaggio al termine della notte” emerge dal palco e s’impossessa di un’attenzione che va al di là del ripercorrere un romanzo.
Sottolinea i lati ancora persistenti di accusa amara e rassegnata a tutto tranne che alla forza di un irriverente scherno.

Un’ora, un ondeggiare senza filo narrativo tra lo stridio di voci, utilizzate quasi fossero strumenti, ma non del tutto musicali, spesso preregistrati, campionati, mischiati, sovrapposti, e una musica dell’anima, capace di andare a fondo, al cuore dell’autore.
Sondarlo, non provare a capirlo, ma almeno esplorarlo.
Ho apprezzato enormemente questo: non mi sono sentito imboccato, non ho dovuto digerire niente. Davanti avevo una portata di cui potevo approfittare, sotto strati e strati di letture possibili.
Tutto sta all’immaginazione, al “viaggio dalla vita alla morte“.
Basta chiudere gli occhi“.

Si toccano i temi maggiori di Céline, quelli che più ne hanno fatto un caposaldo della letteratura novecentesca, e per valore storico-sociale, e per valore ereditario dato, di sovente mal ricevuto, da tutte le generazioni successive.

Céline e la futilità della guerra, uno scontro tra idiozie, sciagurati coraggi e grottesco. Dove sarebbe arrivato più tardi Joseph Heller e il suo “Comma 22“. Céline a colloquio con Arthur, in un energico scambio di timbri vocali, Germano ci porta direttamente dentro un ragionamento in forma di dialogo che mira a sgretolare i muri dei palazzi della società benestante parigina, come anche della nostra. Tutto parte dalla penna dello scrittore, si sdoppia in binario letterario, per poi rifarsi paradosso, doppia faccia di una pagina, nella lettura. Stiamo entrando nei territori del teatro dell’assurdo di Beckett, della desolazione scenografica, fatta anche di luci e minimalismo.

Céline e il suo sguardo, quello di un uomo europeo di mezza età, prima parte del secolo ’900. C’è una generalizzazione che non va oltre gli schemi, un’ombra di maschilismo nel parlare sempre da un certo punto di vista sessuale, nel trattare una certa sfera. L’età che avanza, la disillusione, la paura e l’attesa della vecchiaia, l’infelicità. Quei concetti enormi, quegli ideali, quelle novità fittizie che possono benissimo essere fonte di una discussione su una panchina, o di fronte al bancone di un bar. Il rapporto con una natura/donna, vista dall’altra parte, quasi nemica. Il delirio di determinati momenti, non del tutto sotto controllo, presi tra un’indecisione e un sentimento irrefrenabile. Presto detto, Céline avrebbe letto Bukowski, e non il contrario, ma non si sa quanto si sarebbero sopportati.

Céline e la prigione, il manicomio, la piantagione, la fabbrica, il lavoro, l’amore, l’esilio e infine casa sua, sbarre di una vita, e un’opera, dove la costrizione, il senso di inadeguatezza e la claustrofobia emergono anche negli spazi più aperti. E’ qui il destino che la fa da padrone. E’ qui che quello scrittoio pare essere il banco da cui sbuca una marionetta priva della parte inferiore del corpo, essere meccanico. La cognizione temporale perde ogni importanza nel suo infinito reiterarsi.

Céline e la lingua, un argot che non risparmia stupore, a ottant’anni dalla pubblicazione, dopo le diverse traduzioni in lingua italiana (da ricordare, su questo aspetto, il reading che ne fece Alessandro Baricco per “Totem“). La parola si fa pronunciata, e le sue sfumature popolari, e tipicamente parigine, adottano un colore che sbilanciandomi definirei di inflessione toscana. Sputato, senza paura. Quando la voce è magnificamente filtrata, ecco il radiofonico, il militaresco, il ventennio fascista. Altrove il rantolato, la malattia, l’amarezza, la sconfitta. Lo straniamento dell’urlo, del verso, semplicemente del suono, che va oltre lo stesso significato semantico. La risata sardonica, sempre dal piglio letterario, raccontato. Sono parole che vengono dal ventre, volgari, come quella faccia che ci mette trent’anni a mostrare la sua ripugnanza.

Céline e il pattriottismo, filtrato dall’ironico declamatorio di Germano, che cozza con la mutata società di oggi, e il mutato individuo abitante di una nazione (una Francia che da Charles De Gaulle a Nicolas Sarkozy, passando per Serge Gainsbourg, ha fatto dell’autarchia un simbolo) che oggi, come tutte, si è fatta meno presente, meno fonte di identità, meno forza vitale o stimolo/obiettivo, e che quindi possiamo vedere come caricaturale, montata, anche alla luce di una rilettura che piglia i cardini interpretativi dagli italianissimi Benigni e Mussolini. Qui il filtro si fa apporto, ponte di tramite nella pragmatica della comprensione. Questo è stato il Nostro novecento, e sta tutto sulle labbra sbraitanti di chi recita stasera.

E’ all’ultimo dei temi proposti, una “S/Nord” nata con “La ragazza del lago“, film per cui Teardo ha composto la colonna sonora, che si apre un varco immaginativo, come se le ultime parole di Germano si stampassero per rimanere nei flussi di coscienza degli spettatori.

La figura alla nostra sinistra non si presenta più a combattere.
Giace sullo scrittoio, stremato, accasciato, spento.
Sbuffa parole, si dissolve.
Sta a noi capire dove stanno i titoli di coda, il loro perché.
Lo spettacolo del trio si chiude così, tra gli applausi infiniti, mentre resta da chiedersi, a piccoli gruppetti, appena fuori dal Teatro Massimo, quale sia il significato di questa proposta, una massiccia esplosione di audiorintocchi, vegetali-rumori e stridii animaleschi dove la voce ordina il passo, i tempi, e sopratutto un significato che presuppone una certa quantità di fine ragionamento re-reinterpretativo.
Un importante innesco per chi arriva ora a Céline, uno schiaffo in faccia a chi lo ricorda male.

Testo di Alessandro Pilia

Info:

http://www.teatrostabiledellasardegna.it
http://tehoteardo.com/it
http://www.myspace.com/eliogermano

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