Dal disgusto al delirio: analisi dell’opera “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Thompson – L’Orrore e i rinoceronti


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16 giugno 2012

Fear and loathing in Las Vegas“. Siamo sempre all’undicesimo capitolo della seconda parte: “Truffa? Furto? Stupro? Brutale incontro con Alice del servizio biancheria” (pag. 63/166). Siamo sempre a uno dei passi più vividi del masterpiece gonzo. Thompson tratta le diverse mentalità e i cambi di prospettiva riguardo al Vietnam dei vari gruppi che componevano la controcultura.

Il simbolo della caduta sul versante culturale, Altamont, dopo il trionfo di Woodstock, avvenne però dopo quella sul versante politico: gli attentati a Martin Luther King, Robert Kennedy e i disordini di Chicago, in cui nell’estate del 1968 si consumò lo scontro tra i diversi movimenti contro la guerra e per i diritti civili, mobilitatisi per la candidatura dell’odiato Lyndon Johnson, ben presto ritirata, e le forze dell’ordine del sindaco democratico Richard J. Daley, che senza mezzi termini diede l’ordine di “sparare per uccidere” contro i contestanti.

Il processo conseguente, ai sette leader dei movimenti più Bobby Seale delle Black Panthers, fu una farsa tesa a dimostrare, sempre più, l’impotenza della gioventù impegnata contro i vecchi pachidermi dell’ordine politico.

Altamont, d’altro canto, ha dimostrato l’impossibilità dell’upperclass bianca di avere un proprio esercito armato.
Gli Hells Angels, col loro carico di odio anticonformista, contro ogni regola che non fosse autoimposta, si sono rivelati un boomerang per i Rolling Stones, intenti a fare il regalo di Natale alla gioventù americana, responsabili di averli ingaggiati per la sicurezza del festival e quindi responsabili anche della morte del ragazzo nero Meredith Hunter, ma anche per tutto il movimento di Berkeley, che voleva strumentalizzarli al fine di rendere più forte la protesta contro il Vietnam.

Alla luce della conoscenza della gang motociclistica, grazie all’anno passato con loro e a “Hell’s Angels: The strange and terrible saga of the outlaw motorcycle gangs” pubblicato nel 1966, Hunter S. Thompson aveva previsto l’indole ingestibile di Sonny Barger con un anticipo di diversi anni.
Non si era stupito quando i greasers avevano caricato la marcia Oakland-Berkeley, rivendicando le proprie origini militari, pronti a fraternizzare con i veterani americani della battaglia di Bình Giã e a impegnarsi come forza speciale nella giungla.

Fu una spaccatura senza precedenti, capace di indebolire e condannare alla definitiva disfatta l’SDS (Students for a Democratic Society).
Thompson la sentì sulla sua pelle, per essere stato personalmente presente, e attivamente coinvolto, nei fatti che racconta: la nascita e il mantenimento dell’intero movimento era diventato troppo pesante persino per i leader che, nella lotta per la preservazione delle tante sigle create, tutte in riferimento per la lotta contro qualcosa di spregevole, alla fine smisero di lottare e cercarono solo di rimanere in gioco.

In “Fear and loathing in Las Vegas” il sentore del napalm è sempre presente.
E’ una lunga e sottile linea rossa che attraversa il romanzo, con riferimenti all’America impregnata di paura e diverse rassegne stampa sparse per il racconto (25/72 e 71/184) in concomitanza con i momenti più paranoici di Raoul Duke.

Quando il dottore in giornalismo guarda la televisione ci porta direttamente in quel marzo 1971, la fine dell’Operazione Lam Son 719, fallita miseramente da parte dell’esercito sud-vietnamita con supporto statunitense, nel tentativo impossibile per un esercito corrotto, inetto e disorganizzato di scontrarsi con i comunisti senza l’aiuto concreto degli alleati yankee: “The TV news was about the Laos Invasion – a series of horrifying disasters: explosions and twisted wreckage, men fleeing in terror, Pentagon generals babbling insane lies. Il telegiornale parlò dell’invasione del Laos – una serie di disastri orripilanti: esplosioni e lamiere contorte, uomini terrorizzati che fuggivano, generali del Pentagono che blateravano oscene menzogne.” (pag. 10/33).

La paura e l’esasperazione per una guerra lontana e misteriosa serpeggia nel popolo americano. Duke e Gonzo provocano continuamente i poveri sventurati che incontrano, come nel caso dell’addetto dell’hotel (pag. 42/117) o degli okies (abitanti dell’Oklahoma) su cui Gonzo vomita i suoi insulti, incitandoli a comprare la sua eroina a buon mercato portata dal Veet Naam, suscitando una violenta reazione (pag. 52/142).
Erano mesi in cui ci si dava forza ascoltando “The battle hymn of  Lieutenant Calley” di Terry Nelson, un retorico canto in spoken-word che assolve, e anzi eleva a eroe, il responsabile (citato anche a pag 24/70) del massacro di My Lai del 16 marzo 1968 (giusto un mese dopo Nixon gli avrebbe concesso gli arresti domiciliari e nel 1974 sarebbe stato un uomo libero).

Unica consolazione, per una Nazione allo sbando, resta Walter Cronkite (pag. 105/38 e 121/44) granitico giornalista della CBS, capace di decidere il destino di due presidenti. Il primo fu Lyndon Johnson: Cronkite seguì l’offensiva del Tet direttamente sul luogo, cogliendo i pareri sconsolati dei combattenti e l’inettitudine dei superiori. Condannò quindi LBJ ai sondaggi negativi e all’instabilità politica.
Il sencondo fu Richard Nixon: dopo i disordini di Chicago nel 1968, che seguì con coinvolgimento, parlò a tutta l’America del Watergate, facendolo uscire dalle pulite ma anguste pagine del Washington Post, e rendendo così la notizia di portata nazionale. Cronkite fu un’anchorman di salvataggio, capace di esprimersi in modo diretto e imparziale, faccia a faccia con l’americano medio per oltre quarant’anni.

Testo e foto di Alessandro Pilia

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