“I grandi assenti”, Galleria Comunale d’Arte di Cagliari


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3 dicembre 2011

I grandi assenti” è un’invasione che Luigi Russolo, Amedeo Modigliani, Giorgio De Chirico, Arturo Martini e Marino Marini attuarono dal 30 Novembre 2011, in transumanza alla Galleria Comunale d’Arte di Cagliari, a cura di Anna Maria Montaldo. Ognuna delle cinque opere dei grandi artisti italiani ha trovato una collocazione all’interno dello spazio occupato dalla magnifica Collezione Ingrao, che festeggia il decennale.
Sono installazioni che si adattano perfettamente all’ambiente, al tratto, all’inquadratura storico-temporale, al modus cogitandi di chi ancora risiede nell’antica polveriera regia, tramutatasi in punto focale e privilegiato osservatorio per l’arte del secolo scorso. Ci siamo divertiti a dare uno sfondo audio all’intera mostra, per dare qualche pennellata aggiuntiva all’evento, che si prolunga sino all’8 Gennaio 2012.

Profumo“: tERRaiN

Avere la possibilità di fotografare “Profumo” (1910) di Russolo è una rivincita immensa su tutte le ore passate a studiare Futurismo nel febbraio 2009, anno del centenario dalla nascita del Movimento.
Un mese passato a bloccarlo, fissarlo. Ieri e oggi. A bloccare la corrente, alla radice.
Dove aghi di colore traggono linfa: un espressionismo simbolista tradotto in tecnica divisionista. E le maglie dell’impeto tattile e visuale si svuotano di metallo, per farsi sentimento femminile, sensazione di un attimo, abbaglio fugace colto nel suo magnifico sincronismo spaziale. Il perfetto olfatto immaginato, e quasi inesplorato. Selvaggio, incomprensibile.
E, in definitiva, avrei anche potuto mettere da parte la “Macchina” e fissare quindi l’immagine solo nella mente.
Rivederla.
Creare un personale “prima” e un personale “dopo”.
Sono, mi permetto, umili consigli per una discreta alimentazione. Sentire il sapore, sentire il profumo. Quell’aroma vola via, quell’intenso movimento di colori caldi/umani/naturali che in un botto si fanno nulla di buio. L’hai preso, sentito e respirato, ora vattene.
Accostato. Né shakerato, né mescolato. Russolo completamente circondato da Boccioni, che ospita e domina il resto della sala, ma che intride di ispirazione anche l’opera del suo collega invasore.
I suoni, anzi i rumori, ci sono tutti. Un enorme scontro semi-guidato di meccanico caos: il noise creato da Russolo. Impressionante impatto contemporaneo. Una partitura parigina andata persa, l’estasi di un attimo. “Profumo“, con in sottofondo il cosciente nervosismo dei tERRaiN in piena mareggiata concertistica.

Cariatide“: Haruna Ishola

Una cariatide, non datata, probabilmente uno dei tanti disegni appartenenti alla linea dei “Dessins à boire“: schizzi realizzati di getto, come moneta da scambiare per una bevuta.
Modigliani rende la figura con poche lineee curve, catturata nella sua staticità.
Occhi piccoli e naso allungato, bocca stretta, una fascia voluminosa a coprire l’attaccatura dei capelli raccolti e mossi. Collo allungato. Tipiche caratteristiche del tratto Modì, o Dedo.
Per l’alto grado di simmetria, si discosta dalla lunga serie di cariatidi realizzata dall’artista, più volentieri concepite con forme sinuose e inchinate a sorreggere un peso.
Mi fissa negli occhi, priva di espressione, a braccia conserte. Forse in preda a una lieve sfumatura di timidezza, durante la realizzazione del ritratto. Comunque elegante e imponente.
Sui toni caldi dello sfondo e la schematicità della figura, penso a un connubio tra l’opera che contemplo e “Kafowo komo niwe” di Haruna Ishola (musica apala). Musica dall’Africa, ritmata da percussioni, arricchite da uno xilofono e da cori di voci maschili.
Suoni semplici. Essenziali. Maestosi.
Il viso, un po’ sull’onda di Picasso, si rifà alle fattezze delle maschere tribali.
La cariatide si compone di linee di graffite su un supporto di carta rozza, probabilmente da pacco (notare i due pezzetti di nastro nella parte superiore del supporto). Realizzata di getto da una mano noncurante del fatto che un giorno quello schizzo sarebbe stato oggetto di ammirazione.

Le muse in villeggiatura“: Verdena

Ti giri e sono lì, ti stanno osservando, non sai se sono vive o morte. Fanno ridere e fanno paura. “Le muse in villeggiatura” (1927) di Giorgio De Chirico richiedono qualcuno che faccia compagnia nella stessa stanza, preferibilmente un conoscente. Preferibilmente qualcuno che possa salvare dal timore di essere preso e portato in quell’altra dimensione. Impagliato in un salotto borghese, vestito di appartamenti fatiscenti e scoscesi casolari, come fossero abiti da tè, con gambe accavallate e piedi senza dita.
Anche se si fa finta di nulla, sono lì, puntano verso noi con quello strano sguardo che non esiste. Le braccia aspettano, teatrali: non sarebbe forse ora di approfittare di questo momento? Glaciale il messaggio, presentato come il succo della morte più sconvolgente, abilmente confezionato nella tranquillità di una culla rosa, morbida e ricamata. Peggio delle gemelline di “Shining” di Kubrik. Donne cresciute che ormai dentro hanno solo il sogno di una rilassata vacanza nella noia più libera e assolata. Lontano dalla polvere, l’obbligo del gusto altrui. Non un’ispirazione.
Devi venire con noi, in villeggiatura.
Ci giriamo, e per fortuna non siamo soli e indifesi.
Di fronte a noi, intanto, tutto si è fatto morto.
Appollaiato su un divano da rigattiere, suona un “Requiem“.

Pugile“: Tortoise

La scultura bronzea di Marino Marini, “Pugile” (1927) sembra sospesa nel vuoto. Senza contesto.
Lo stesso anno scriveva Giorgio De Chirico: “Nel museo assume un aspetto ancora differente: ci colpisce per quel che ha di irreale.
Percepisco il silenzio della solitudine dopo il rumore assordante di un incontro di pugilato, quel silenzio frusciante rotto-interrotto da suoni metallici. Colonna sonora ideale per godere di questo momento è “Glass museum” dei Tortoise, seconda traccia del disco “Millions now living will never die“, 1996. L’album crea di nuovo l’atmosfera africana. Anche qui lo xilofono metallico risveglia dal torpore.
Un atleta seduto, stanco, con le braccia che poggiano morbide sulle gambe. Il piede destro puntato verso il basso evidenzia lo slancio verticale, interrotto per un momento dalle spalle ingobbite, per poi essere ripreso dallo sguardo dell’uomo, volto verso un punto alto, sul suo lato destro. La bocca è semi-aperta, intenta a catturare il fiato perso durante l’incontro. Forse è azzardare, ma il rendimento dei tratti sommari del viso potrebbero essere accostati a quelli del pugile dei Giganti di Monti Prama.
Quest’opera appartiene alla serie degli atleti realizzata dall’artista. Soggetti in voga negli anni del ventennio fascista, in esplicito richiamo a modelli di stampo classico. Il visitatore si può rispecchiare nel raccoglimento psicologico della figura: un momento di solitudine, voluto o forzato che sia, lo fa tornare alla sua natura umana, non più a quella di invincibile eroe del ring. Come il Jake LaMotta di “Toro scatenato“, quando si risveglia dalla gloria dello sportivo vincente, scontrandosi con l’abbandono delle persone a lui vicine.

Donna al sole“: Andrea Contu

Si potrebbe entrare dalla parte sbagliata, e notare un grosso paio di natiche.
Ecco, qui di fronte c’è un bronzo bucolico, adagiato in un irreale ambiente asettico bianco. Compiendo un semicerchio attorno alla giunonica “Donna al sole” (1930) ci si accorge che Arturo Martini è fuoriposto. Forse lo è sempre stato, nella sua condizione di artista dalle umili origini. Difficile farsi accettare da chi non contempla la semplicità nel panorama delle caratteristiche tipiche dell’intelligenza, della ricchezza intellettuale. “Valori plastici“, verrebbe da sussurrare a mezza voce.
Lo scultore del regime fascista che al momento della caduta del totalitarismo trova i suoi limiti con “Scultura lingua morta“. Come dire: c’è chi è scappato sopravvivendo, Albino Manca, e chi invece è morto di malelingue; per poi reincarnarsi in un’altra ogliastrina, Maria Lai.
Questa florida signora ha la stessa musicalità di un Matisse, le linee sicure. La composizione netta ma armoniosa di un pomeriggio che scorre via senza coscienza, o la tranquillità di possedere una sensualità innata e senza orpelli. Immacolata e tentatrice. La silouette, nella sua orizzontalità, fluisce, come un animale acquatico.
Di pieni e vuoti, pesanti e leggeri. E il suo viso si sporge dalla figura: vuole catturare i raggi, “Siediti al sole“. Si aggrappa con forza, senza pudore. La plasticità evidenzia l’amorevole gioco di luci e ombre, la voluttà di una donna che si riappacifica con la natura. Nuda, regna la scena del rigore. Rompe gli schemi. Urta con il ritegno e la discrezione. Ecco che la donna italiana arcaica e umana si volge alla prima metà del ’900.

Testo di Alessandro Pilia & Paola Corrias

Foto di Paola Corrias & Alessandro Pilia

Info:

I grandi assenti
Galleria Comunale D’Arte
Largo Giuseppe Dessì (Giardini pubblici), Cagliari
Tutti i giorni, lunedì/sabato 9-13/16,30-20,30. Domenica 10,30-13/17-20,30

www.galleriacomunalecagliari.it
visite@galleriacomunalecagliari.it

 

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