SEE YOUR SOUND | SAKRA FANZINE issue 0

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June 30 – July 1   h 18:30
 
 
Exhibition and live performance 
 
Spazio (IN)VISIBILE via Barcellona, 75 – Cagliari
Il 30 giugno alle 18:30 lo Spazio (IN)VISIBILE si riempie di sint e fotografie per festeggiare l’uscita del numero 0 di ​SAKRA​, la fanzine trimestrale che si occupa di musica, cinema e arte contemporanea.
SAKRA combina fotografia, grafica e scrittura per interpretare il lato nascosto della scena alternativa attuale. Ogni numero è dedicato a un gruppo musicale raccontato lontano dal palco, nelle situazioni più inusuali e secondo un doppio reportage fotografico.
Venerdì 30 giugno le fotografie di SAKRA faranno da cornice alla performance sonora della band protagonista di questo numero. L’artista Veronica Paretta, presente sulla fanzine con un’intervista, parteciperà all’evento con l’esposizione di una sua opera.
Durante l’aperitivo sarà possibile consultare le prime copie disponibili della fanzine e scambiare i contatti per future collaborazioni.
Ingresso e aperitivo gratuiti.
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FIGHT di Gabriele Lopez

1 Fight Gabriele Lopez

Fight | progetto fotografico di Gabriele Lopez

Un occhio su tre ordini.

love & blah blah blah.

I volti trascinati verso il basso si confondono mescolati nell’emulsione e l’immagine è frantumata tra gli alogenuri d’argento.

Dozzine, centinaia di chilometri quadrati di metropoli compressi in una pellicola alta 35 mm.

La gente accalcata. Le scale, il treno, le stampe sui muri scollate con un severo gesto di rabbia. La frustrazione. I miss yo(u).

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Ma il vinile è il rifugio prima di arrivare al capolinea. Le spazzole frullano sui piatti e la frequenza cardiaca si allinea. Il respiro rallenta. Il sigaro, Chet Baker e il 1983.

Poi.

La proiezione al giorno dopo. Ricomincia tutto da capo. Il periodo di rotazione detta legge.

S.O.S.

Sui palazzi i cartelloni distraggono. Il cervello va alla velocità di una turbina idraulica, i pensieri corrono e si confondono.

Occhi occhi occhi. L’amore reiterato in una scritta ossessiva. Love love love. Convince noi povere bestiole a comprare anche l’amore. Di nuovo occhi.

2 Fight Gabriele Lopez

Le luci al neon, l’incubo, l’ossessione.

Accumulare di giorno per spurgare la notte nelle celle anonime che la sera si illuminano secondo combinazioni casuali. Le camere di depressione. Le sagome sono statiche: la notte nelle caselle e il giorno nelle vetrine. Il cervello è sotto pressione.

Poi torna la sera.

Una boccata d’aria, l’albero dilaniato e solitario in fase di assestamento, il mare scuro contiene il disadattamento sociale (breve ritorno all’ordine).

4 Fight Gabriele Lopez 

La scarpa in pelle della donna bionda senza volto riposa sull’asfalto.

Si ricomincia.

I clacson, il vociare, lo smog pesante, alza il culo! Gli abiti irrigiditi sono divise vuote, uomini senza volto. Fiumane di robot come formiche si muovono frenetiche in uno spazio in cui il tempo è compresso. O compromesso.

Fight.

Fight it! The city, the citizens, the time. 

Where is the time line? 

Sopravvivenza. Resistenza. Evitare il cortocircuito.

Continua a lottare.

5 Fight Gabriele Lopez

6 Fight Gabriele Lopez

Contatti: sito web Gabriele Lopez

Facebook Gabriele Lopez Photography

 

Testo a cura di Paola Corrias per brolegs.com

Grazie a Gabriele Lopez per questa esperienza.

3 Fight Gabriele Lopez

 

 

• 17 • Massimiliano Perasso

 

• 17 • SteelRosesMC • Year: 2017 • Book Edition   Massimiliano Perasso
“S” is the seventeenth letter of the alphabet. Steel Roses. Bikers. Society in society. Another time in this time. They dart with their bikes, they dig a groove in the fields, they plow the ground. I follow them, I get lost with them in the streets crossing borders, in open-air camps, among the chapters soaked in alcohol. The flowing of the days has a different value, short breaths at high speed. The night is very short. There is no time for useless thoughts. Everything is very practical. I am a passenger. With the flowing of the days, I’m more and more comfortable on the bike. Among heavy metals, rules, hierarchies, I identify the positive side of the coin: an unusual sense of protection. Ten days of delirium in which I go out of my routine to get into their everyday life. Ten days of flashbacks, projected back almost seventy years, to 1948. And the return to reality, my reality, is traumatic. But that is another matter • words: Paola Corrias

Info: Massimiliano Perasso

• 17 • SteelRosesMC • Year: 2017 •

La S è la diciassettesima lettera dell’alfabeto. Steel Roses. Bikers. Società nella società. Un altro tempo in questo tempo. Sfrecciano veloci con le loro moto, tagliano a metà i campi, solcano il terreno. Li seguo, mi perdo con loro tra le strade attraversando le frontiere, negli accampamenti a cielo aperto, tra i chapters intrisi d’alcool. Lo scorrere delle giornate ha una valenza diversa, respiri corti ad alta velocità. La notte è molto breve. Non c’è tempo per pensieri inutili. E’ tutto molto pratico. Sono un passeggero. Al trascorrere dei giorni sto sempre più comodo su quella moto. Tra metalli pesanti, regole, gerarchie individuo la faccia positiva della medaglia: un insolito senso di protezione. Dieci giorni di delirio in cui esco dalla mia routine per entrare nella loro quotidianità. Dieci giorni di flashback, proiettato indietro di quasi settanta anni, al 1948. E il ritorno alla realtà, la mia realtà, è traumatico. Ma questa è un’altra faccenda. • words: Paola Corrias •

 

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Sea Dreams, un progetto fotografico di Moad Mzaoeg – di Paola Corrias

pubblicato su Industriarchitettura

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Moad Mzaoeg  cattura le immagini oltre il Mare Mediterraneo occidentale, in un Marocco sconosciuto. Rompe gli schemi. Disintegra i preconcetti. Tangeri è urbana, metropolitana, con il caos che domina gli spazi. Tra i tavolini dei caffè e il pubblico di un concerto in acustico si muovono i ragazzi dell’altra Tangeri. La colla nei polmoni, la disillusione negli occhi. La storia arcaica dell’architettura è la matrice. Gli spazi si fanno luoghi. Le immagini sono vertigini concretizzate visivamente. Non si può arrivare all’essenza della scena fotografata, il concetto è sempre più profondo del fondo, finché il concetto si fa sfondo su cui si scompongono e ricompongono i momenti fugaci di Tangeri.

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Sono scene che, private del tempo, diventano eterne. Moad “prendra des photos”, indecise tra perdizione e salvezza. Thé marocchino e sigarette L&M. Una canzone intitolata “Rita”. La melodia italiana di Rino Gaetano. Nel progetto SEA DREAMS Moad reinterpreta il cuore del Marocco. Una fonte di conoscenza necessaria. La calce bianca sulle facciate delle case che si arrampicano nel tentativo di catturare il sole, le strade strette, le insegne artigianali.

Gli scatti di Moad, diagonalmente, catturano il contesto, ma è solo uno sfondo distratto. Non esiste un solo Marocco, ma ne esistono tanti, almeno quante le chiavi di lettura scelte. Dal basso, col viso schiacciato alla terra più umile, lo sguardo intercetta un bambino dalle dita grosse. Sembra abbia solo dieci anni, ma in realtà ne ha diciassette. Una  felpa con cappuccio, i capelli appena tagliati. Stringe in mano un palloncino trasparente. Non è un gioco. È un palliativo. La vita è crudele. Inalare è l’unica soluzione alla sua portata. Poco oltre, due ragazze vestite di nero camminano tenendosi per mano. Vogliono distrarci dai pochi denti neri rimasti nella bocca di un giovane. Sono denti che sgranano parole, a ritmo di chicchi di melagrana.

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Poi, tra gli ambienti più introversi, c’è una stanza buia e da tre punti distinti della nuda parete in mattoni crudi entra la luce del sole che abbaglia e interferisce con la vista. Seduto sull’uscio si intravede un uomo che, a testa china e con la schiena inarcata, maneggia qualcosa che pare rara e preziosa. Sul pavimento si spalmano manciate di rifiuti. Il sogno si fa metafora.

Tangeri è il limes che separa la truce realtà dall’idealizzato sogno europeo. Così, la grande area portuale si trasforma in un limbo, in un’area commista di attesa e sospensione del tempo.

Per molti ragazzi la vita di strada è una scelta, perché talvolta mitizzata, talvolta un’alternativa migliore alle condizioni di vita familiari, talvolta invece è conseguenza necessaria dell’attesa per l’approdo in Europa.

I ragazzi dal porto guardano il mare, ognuno con la propria busta di plastica.

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Presenziare al porto è la linfa vitale e, nell’intramezzo tra attesa e agognata partenza, il tempo sospeso è scandito dalla continua lotta tra sopravvivenza e degrado radicale. L’obiettivo principale si sdoppia. È l’aberrazione dell’occhio accompagnata da “Asfour“ di Marcel Khalife e Omaima Khalil.

Sulle barche che ondeggiano nel molo si proiettano costantemente le ombre. Sul legno delle imbarcazioni segnano l’alternanza delle stagioni.

Un’ombra in particolare indica la scritta ahlam al bahr (rêves de la mer). Bianca, così da essere leggibile a distanza. Densa di significati, così da essere divorata da occhi spenti. Lo sguardo sfida l’orizzonte e i pensieri si decontestualizzano.

È il bateau numero 11-309, è la Tangeri di Moad Mzaoeg.

Di Paola Corrias

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MIMO

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MIMO

Progetto 2015-2016

©paolacorrias

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MIMO

Progetto 2015-2016

©paolacorrias

Facebook  |  Flickr

 

Prospettive da una macchina in movimento I

Prospettive da una macchina in movimentoprospettive-da-una-macchina-in-movimento-172rid

LA SCADENZA – personale di Augustine Namatsi Okubo

Augustine nasce e vive in Kenya, tra Busia e Nairobi.
Una volta stabilitosi nel sud Sardegna, Augustine riadatta la tradizione artistica popolare dei Maasai del Kenya ed elabora un linguaggio ponte tra la tradizione (il passato antico e recente della sua gente), il momento attuale (in un territorio che ha compiuto passi da gigante senza comprerderli a fondo, i materiali industriali vanno riciclati) e il futuro (la salvaguardia dell’ambiente per un domani che non sia come il passato o il presente).
Augustine cerca così di salvare la coscienza e la memoria.

La Scadenza.

Il mondo scade, come scadono i materiali delle sue opere, come i prodotti da cui derivano i materiali impiegati.
La scadenza dei ricordi, la scadenza dei valori culturali, la scadenza della cultura, la scadenza come scorrere del tempo, la scadenza come avvicinarsi del momento decisivo in cui sarà necessario dare una svolta.
La Scadenza come monito, come incoraggiamento all’impegno sociale e collettivo, come impulso per una nuova sensibilità verso le questioni ambientali.collari e orecchini).

 

IL BANGILI

Il popolo Maasai è un popolo nilotico, appartiene allo stesso ceppo degli Etiopi. I Maasai abitano gli altopiani confinanti con Kenya e Tanzania, a est del Lago Vittoria.
Per tradizione, sono grandi guerrieri e allevatori transumanti, nonostante alcuni gruppi si stiano stanziando a causa della subentrata pratica dell’agricoltura, fenomeno che si manifesta in particolare nei territori del Kenya.
Nella tradizione Maasai il corpo è ornato da gioielli e monili creati con perline di vetro colorato. Le perline, retaggio del periodo moderno, sostituiscono le tradizionali di origine naturale. L’uso delle perline vitree risale alla fine del Medioevo ed è legato alle attività commerciali che le popolazioni africane intrattenevano con India e Cina.
Il XVI secolo vede una fervente attività di baratto tra Portoghesi e indigeni della costa occidentale africana. E in particolare i piccoli oggetti vitrei, prodotti nell’Europa continentale, erano utilizzati come merce di scambio con i prodotti locali, ormai entrati nell’uso quotidiano Maasai quale ornamento femminile.
Nonostante il loro scarso valore materiale, le perline rivestono un rilevante valore simbolico.

I bracciali tradizionali, chiamati bangili in lingua maa (lingua maasai) sono realizzati principalmente dalle donne. Hanno dimensioni diverse (possono arrivare a coprire buona parte dell’avanbraccio) ma seguono lo stesso modello, rigido e a sezione circolare – ellitica, con apertura a tutta altezza nella parte inferiore. I tipici motivi ornamentali geometrici  (rettangoli, triangoli, parallelismi obliqui) sono definiti dai diversi colori delle perliine, che caricano il gioiello di significati leggibili.
Ogni perlina rappresenta la vita di un componente della grande famiglia a cui appartiene l’individuo che indossa il bangili. Il concetto di famiglia come nucleo allargato è una peculiarità non solo maasai, ma di tutta la struttura sociale del continente africano.

Anche il colore acquisisce un forte valore simbolico: l’azzurro rappresenta il cielo, quindi il Dio; il nero le nuvole prima della pioggia, quindi la vita e la prosperità; il verde la vegetazione rigogliosa dopo la pioggia, quindi la pace. Il rosso, che ricopre un ruolo preponderante nel vestiario tradizionale, simboleggia il sangue della mucca, il bianco il suo latte.
Ecco che Augustine rappresenta il bangili tradizionale, nel pieno della valorizzazione dei materiali di scarto.
Ne rielabora e ripropone i tipici disegni che si ritrovano anche negli altri gioielli tradizionali (collari e orecchini).

 

MEMORIES

La grande maschera di Augustine rappresenta, formalmente, la maschera tradizionale africana.
Realizzata esclusivamente con materiale di riciclo, il manufatto riporta i tratti tipici di una “maschera” lignea, utilizzata perlopiù nei riti religiosi tradizionali.
I grandi occhi, la bocca sporgente, i tratti netti creano un ponte diretto con l’Africa subsahariana.
La maschera copre il volto della persona che la indossa, ne nasconde volutamente le espressioni e, conseguentemente, le emozioni. Si pone come intermezzo tra l’io e il mondo esterno.
Augustine sceglie espressamente di crearla ricorrendo ai materiali poveri, quelli di scarto: tappi di succhi di frutta e fil di ferro ricavato da vecchie recinzioni.
Le dimensioni dell’opera dimostrano il grande lavoro necessario per la creazione: un tappo alla volta, un filo alla volta, come le perline del tradizionale bangili maasai, che si uniscono in una densa trama, in un grande puzzle colorato, in un mandala declinato all’africana.

La maschera, che nella tradizione popolare rappresenta la vita, impersonifica la memoria di Augustine, dei suoi compaesani, dei kenyani, dei maasai, degli africani e di  ogni essere umano.
Grazie alla memoria qualcosa si tiene in vita. La tradizione, l’essenza dell’uomo, l’ambiente in cui egli è nato, che è parte di se, rivive nella maschera di Namatsi.
Augustine si ricorda di Busia. Il piccolo villaggio, che sorge al confine con l’Uganda, lo ha accolto nell’infanzia e nella prima giovinezza. La fervente vita di Busia era dettata dalle piccole attività commerciali, dai mercati, dai pescatori, dal lavoro artigianale femminile.
Nel viaggio intrapreso recentemente, dopo quindici anni dalla sua partenza dal Kenya, Namatsi trova una Busia diversa, più industriale, moderna, grigia.
La maschera così diventa un velo, un effetto fuori fuoco sul ricordo, sul passato che, se da un lato lo offusca e lo rende lontano, dall’altro lo preserva, quasi intatto. Scatta una fotografia istantanea e retroattiva.
Immortala un’Immagine.

Memories rappresenta la fatica e il lungo tempo necessario per arrivare a una soluzione, per metabolizzare l’importanza della salvaguardia ambientale.

Ogni tappo è un passo, verso il futuro, ma al contempo verso il passato.

Ogni tappo, timido oggetto riciclato, è essenziale.

 

Testi di Paola Corrias per LA SCADENZA, personale di Augustine Namatsi Okubo, in collaborazione con FOUDUDIA