SEE YOUR SOUND | SAKRA FANZINE issue 0

Visualizzazione di SEE YOUR SOUND SAKRA fanzine issue 0.jpg

 

June 30 – July 1   h 18:30
 
 
Exhibition and live performance 
 
Spazio (IN)VISIBILE via Barcellona, 75 – Cagliari
Il 30 giugno alle 18:30 lo Spazio (IN)VISIBILE si riempie di sint e fotografie per festeggiare l’uscita del numero 0 di ​SAKRA​, la fanzine trimestrale che si occupa di musica, cinema e arte contemporanea.
SAKRA combina fotografia, grafica e scrittura per interpretare il lato nascosto della scena alternativa attuale. Ogni numero è dedicato a un gruppo musicale raccontato lontano dal palco, nelle situazioni più inusuali e secondo un doppio reportage fotografico.
Venerdì 30 giugno le fotografie di SAKRA faranno da cornice alla performance sonora della band protagonista di questo numero. L’artista Veronica Paretta, presente sulla fanzine con un’intervista, parteciperà all’evento con l’esposizione di una sua opera.
Durante l’aperitivo sarà possibile consultare le prime copie disponibili della fanzine e scambiare i contatti per future collaborazioni.
Ingresso e aperitivo gratuiti.

AETERNUS | Progetto fotografico di Meryam El Bouhati

Glocal. Resistenza. Tenacĭtas.

Orde di informazioni che circolano in pieno stato confusionale, una risoluta globalizzazione e la battaglia navale degli input oltreoceano.

Non è una fortezza.

Malleabile, la realtà spesso è alterata e stagna.

1.jpg

Cercare altri mondi, ma stavolta esistenti, nascosti all’ombra delle pietre. Un altro Marocco, ad esempio.

Il Marocco di un piccolo villaggio sconosciuto di una provincia poco nota, che si perde come una molecola di soluto nel solvente. La sua presenza, benché minimale, caratterizza la soluzione.

Un piccolo villaggio.

Meryam El Bouhati l’ha esplorato con perseveranza. Si è recata per tre anni nella moschea marabout che conserva le spoglie di Moulay Driss Primo.

All’interno della moschea, dice Meryam, “le persone hanno sempre l’aria di farsi carico di tutti i peccati del mondo”.

28.jpg

Ma è arduo vederne i visi. Gli sguardi sono bassi e le mani sembrano voler raccogliere un’acqua inesistente. Ogni giorno la stessa scena. Poche varianti spalmate su infiniti giorni.

3.jpg

Dov’è Dio se non qui? Se non tra i cappotti consunti, a righe, che da secoli vestono marocchini di origini amazigh. Se non tra le mattonelle artigianali che si uniscono l’una all’altra, in qualsiasi direzione, senza soluzione di continuità. Se non in quegli intonaci bianchi che contrastano pesantemente con i luoghi bui in cui l’eco si espande senza risparmiarsi.

Tra le pieghe dei visi? E’ qui l’acqua che cercavi, è qui Dio.

9.jpg

Davvero, non resta che srotolare e stendersi sul tappeto di fitta ignoranza che ci si porta dietro dalla nascita. Poggiare la fronte sudata su di esso, immaginare gli odori degli endroits più umidi e inventare fantasiosamente una gratuita protezione divina. Un’altra velocità del succedersi delle cose.

18

I riti che si ripetono. Evapora il bisbiglio delle persone. L’aria è densa. Dentro.

Fuori. La donna anziana insegna qualcosa di prezioso alla bambina e le due figure fanno parte di tutto il resto. Figure + contesto. Figure = contesto.

Come il ciclo dell’acqua. Uomo / territorio / Dio / territorio / Uomo.

Tutto il resto non ha valore. Neanche la distinzione tra vita e morte.

I colori non hanno valore. I vestiti e le scarpe nemmeno.

Le superfetazioni ritornano, inutili, come sempre.

24.jpg

Lo sguardo monocromatico di Meryam è consapevole, per questo ha deciso di testimoniare l’arcaico ed aeternus che si cela tra le spesse mura di una moschea fuori dalle orbite turistiche.

Testo a cura di Paola Corrias

©Fotografie di Meryam El Bouhati

Contatti:   Instagram  |  Web site  |  Facebook

• 17 • Massimiliano Perasso

 

• 17 • SteelRosesMC • Year: 2017 • Book Edition   Massimiliano Perasso
“S” is the seventeenth letter of the alphabet. Steel Roses. Bikers. Society in society. Another time in this time. They dart with their bikes, they dig a groove in the fields, they plow the ground. I follow them, I get lost with them in the streets crossing borders, in open-air camps, among the chapters soaked in alcohol. The flowing of the days has a different value, short breaths at high speed. The night is very short. There is no time for useless thoughts. Everything is very practical. I am a passenger. With the flowing of the days, I’m more and more comfortable on the bike. Among heavy metals, rules, hierarchies, I identify the positive side of the coin: an unusual sense of protection. Ten days of delirium in which I go out of my routine to get into their everyday life. Ten days of flashbacks, projected back almost seventy years, to 1948. And the return to reality, my reality, is traumatic. But that is another matter • words: Paola Corrias

Info: Massimiliano Perasso

• 17 • SteelRosesMC • Year: 2017 •

La S è la diciassettesima lettera dell’alfabeto. Steel Roses. Bikers. Società nella società. Un altro tempo in questo tempo. Sfrecciano veloci con le loro moto, tagliano a metà i campi, solcano il terreno. Li seguo, mi perdo con loro tra le strade attraversando le frontiere, negli accampamenti a cielo aperto, tra i chapters intrisi d’alcool. Lo scorrere delle giornate ha una valenza diversa, respiri corti ad alta velocità. La notte è molto breve. Non c’è tempo per pensieri inutili. E’ tutto molto pratico. Sono un passeggero. Al trascorrere dei giorni sto sempre più comodo su quella moto. Tra metalli pesanti, regole, gerarchie individuo la faccia positiva della medaglia: un insolito senso di protezione. Dieci giorni di delirio in cui esco dalla mia routine per entrare nella loro quotidianità. Dieci giorni di flashback, proiettato indietro di quasi settanta anni, al 1948. E il ritorno alla realtà, la mia realtà, è traumatico. Ma questa è un’altra faccenda. • words: Paola Corrias •

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Sea Dreams, un progetto fotografico di Moad Mzaoeg – di Paola Corrias

pubblicato su Industriarchitettura

09

Moad Mzaoeg  cattura le immagini oltre il Mare Mediterraneo occidentale, in un Marocco sconosciuto. Rompe gli schemi. Disintegra i preconcetti. Tangeri è urbana, metropolitana, con il caos che domina gli spazi. Tra i tavolini dei caffè e il pubblico di un concerto in acustico si muovono i ragazzi dell’altra Tangeri. La colla nei polmoni, la disillusione negli occhi. La storia arcaica dell’architettura è la matrice. Gli spazi si fanno luoghi. Le immagini sono vertigini concretizzate visivamente. Non si può arrivare all’essenza della scena fotografata, il concetto è sempre più profondo del fondo, finché il concetto si fa sfondo su cui si scompongono e ricompongono i momenti fugaci di Tangeri.

08

Sono scene che, private del tempo, diventano eterne. Moad “prendra des photos”, indecise tra perdizione e salvezza. Thé marocchino e sigarette L&M. Una canzone intitolata “Rita”. La melodia italiana di Rino Gaetano. Nel progetto SEA DREAMS Moad reinterpreta il cuore del Marocco. Una fonte di conoscenza necessaria. La calce bianca sulle facciate delle case che si arrampicano nel tentativo di catturare il sole, le strade strette, le insegne artigianali.

Gli scatti di Moad, diagonalmente, catturano il contesto, ma è solo uno sfondo distratto. Non esiste un solo Marocco, ma ne esistono tanti, almeno quante le chiavi di lettura scelte. Dal basso, col viso schiacciato alla terra più umile, lo sguardo intercetta un bambino dalle dita grosse. Sembra abbia solo dieci anni, ma in realtà ne ha diciassette. Una  felpa con cappuccio, i capelli appena tagliati. Stringe in mano un palloncino trasparente. Non è un gioco. È un palliativo. La vita è crudele. Inalare è l’unica soluzione alla sua portata. Poco oltre, due ragazze vestite di nero camminano tenendosi per mano. Vogliono distrarci dai pochi denti neri rimasti nella bocca di un giovane. Sono denti che sgranano parole, a ritmo di chicchi di melagrana.

c__data_users_defapps_appdata_internetexplorer_temp_saved-images_15051965_819880021486343_834340937_o

Poi, tra gli ambienti più introversi, c’è una stanza buia e da tre punti distinti della nuda parete in mattoni crudi entra la luce del sole che abbaglia e interferisce con la vista. Seduto sull’uscio si intravede un uomo che, a testa china e con la schiena inarcata, maneggia qualcosa che pare rara e preziosa. Sul pavimento si spalmano manciate di rifiuti. Il sogno si fa metafora.

Tangeri è il limes che separa la truce realtà dall’idealizzato sogno europeo. Così, la grande area portuale si trasforma in un limbo, in un’area commista di attesa e sospensione del tempo.

Per molti ragazzi la vita di strada è una scelta, perché talvolta mitizzata, talvolta un’alternativa migliore alle condizioni di vita familiari, talvolta invece è conseguenza necessaria dell’attesa per l’approdo in Europa.

I ragazzi dal porto guardano il mare, ognuno con la propria busta di plastica.

02

Presenziare al porto è la linfa vitale e, nell’intramezzo tra attesa e agognata partenza, il tempo sospeso è scandito dalla continua lotta tra sopravvivenza e degrado radicale. L’obiettivo principale si sdoppia. È l’aberrazione dell’occhio accompagnata da “Asfour“ di Marcel Khalife e Omaima Khalil.

Sulle barche che ondeggiano nel molo si proiettano costantemente le ombre. Sul legno delle imbarcazioni segnano l’alternanza delle stagioni.

Un’ombra in particolare indica la scritta ahlam al bahr (rêves de la mer). Bianca, così da essere leggibile a distanza. Densa di significati, così da essere divorata da occhi spenti. Lo sguardo sfida l’orizzonte e i pensieri si decontestualizzano.

È il bateau numero 11-309, è la Tangeri di Moad Mzaoeg.

Di Paola Corrias

05

03

01

SEA DREAMS | Moad Mzaoeg

 |Article publié sur Carnet d’Art (France)|

à lire: Carnet d’Art

 

09.jpg

Moad Mzaoeg capture les images au-delà de la Mer Méditerranée, dans un Maroc inconnu.
Il brise la routine, désintègre les préjugés.
Tanger est urbaine, le chaos domine les espaces.

Parmi les tables à cafés et le public d’un concert acoustique, les gamins de l’autre Tanger déambulent. La colle dans les poumons, la désillusion dans les yeux. L’histoire archaïque de l’architecture est la matrice. Les espaces deviennent lieux. Les images sont comme des vertiges qui se matérialisent visuellement. On ne peut pas arriver à l’essence de la scène photographiée. Ces scènes sont atemporelles, elles deviennent éternelles, privées d’espace, elles deviennent une photographie. Ce soir aussi Moad prendra des photos, indécises entre perdition et sauvetage : thé marocain et cigarettes L&M, la chanson « Rita » de Marcel Khalife, la mélodie italienne de Rino Gaetano.

08

Dans le projet Sea Dreams, Moad réinterprète le cœur du Maroc : une base de connaissances nécessaire. La chaux blanche sur les façades des maisons semble en escalade dans le but de capturer le soleil, les rues étroites, les enseignes artisanales. Les photos de Moad Mzaoeg capturent le contexte mais c’est seulement un fond distrait. Avec le visage écrasé par la terre la plus modeste, le regard intercepte un gamin avec de gros doigts. On dirait qu’il a quatre ans, mais il en a dix-neuf. Il tient dans la poignée un sac en plastique transparent. Ce n’est pas un jeu. C’est un palliatif. Inhaler est la seule solution à sa portée.

03

Un peu plus loin, deux filles habillées en noir marchent main dans la main. Elles détournent l’attention d’un jeune homme aux dents noires, au bord de l’image. Ce sont des dents qui écossent les mots, au rythme des graines de grenade. Ensuite, parmi les milieux les plus introvertis, il y a une pièce obscure et trois différents points d’un mur de briques. La lumière du soleil éblouit et interfère avec la vue. Il y a un homme qui, avec la tête baissée et le dos voûté, manipule quelque chose qui semble rare, sur le sol des déchets.

c__data_users_defapps_appdata_internetexplorer_temp_saved-images_15051965_819880021486343_834340937_o

Tanger est la limite, la frontière qui sépare la triste réalité du rêve idéalisé, le rêve européen. Ainsi, la grande zone du port, se transforme en limbe où l’attente et la suspension du temps se mélangent. Les gamins du port font face à la mer, avec des sacs en plastique. Ici le temps compte double, suspendu et marqué par la lutte continue entre la survie et la dégradation plus radicale. L’objectif principal est divisé. Aberration de l’œil accompagné par Asfour Marcel Khalifé et Omaima Khalil. Sur les bateaux, dans la jetée, se projettent des ombres qui marquent la rotation de la Terre et qui deviennent le bois des bateaux. Une ombre souligne l’impression « ahlam bahr » (rêves de la mer), blanche de manière à être visible à distance, et riche en sens de manière à être admirée. Le regard défie l’horizon et les pensées décontextualisent.

Voici la Tanger de Moad Mzaoeg.

 

050201

MIMO

_DSC6750c.jpg

MIMO

Progetto 2015-2016

©paolacorrias

mimo-4

MIMO

Progetto 2015-2016

©paolacorrias

Facebook  |  Flickr

 

LA SCADENZA – personale di Augustine Namatsi Okubo

Augustine nasce e vive in Kenya, tra Busia e Nairobi.
Una volta stabilitosi nel sud Sardegna, Augustine riadatta la tradizione artistica popolare dei Maasai del Kenya ed elabora un linguaggio ponte tra la tradizione (il passato antico e recente della sua gente), il momento attuale (in un territorio che ha compiuto passi da gigante senza comprerderli a fondo, i materiali industriali vanno riciclati) e il futuro (la salvaguardia dell’ambiente per un domani che non sia come il passato o il presente).
Augustine cerca così di salvare la coscienza e la memoria.

La Scadenza.

Il mondo scade, come scadono i materiali delle sue opere, come i prodotti da cui derivano i materiali impiegati.
La scadenza dei ricordi, la scadenza dei valori culturali, la scadenza della cultura, la scadenza come scorrere del tempo, la scadenza come avvicinarsi del momento decisivo in cui sarà necessario dare una svolta.
La Scadenza come monito, come incoraggiamento all’impegno sociale e collettivo, come impulso per una nuova sensibilità verso le questioni ambientali.collari e orecchini).

 

IL BANGILI

Il popolo Maasai è un popolo nilotico, appartiene allo stesso ceppo degli Etiopi. I Maasai abitano gli altopiani confinanti con Kenya e Tanzania, a est del Lago Vittoria.
Per tradizione, sono grandi guerrieri e allevatori transumanti, nonostante alcuni gruppi si stiano stanziando a causa della subentrata pratica dell’agricoltura, fenomeno che si manifesta in particolare nei territori del Kenya.
Nella tradizione Maasai il corpo è ornato da gioielli e monili creati con perline di vetro colorato. Le perline, retaggio del periodo moderno, sostituiscono le tradizionali di origine naturale. L’uso delle perline vitree risale alla fine del Medioevo ed è legato alle attività commerciali che le popolazioni africane intrattenevano con India e Cina.
Il XVI secolo vede una fervente attività di baratto tra Portoghesi e indigeni della costa occidentale africana. E in particolare i piccoli oggetti vitrei, prodotti nell’Europa continentale, erano utilizzati come merce di scambio con i prodotti locali, ormai entrati nell’uso quotidiano Maasai quale ornamento femminile.
Nonostante il loro scarso valore materiale, le perline rivestono un rilevante valore simbolico.

I bracciali tradizionali, chiamati bangili in lingua maa (lingua maasai) sono realizzati principalmente dalle donne. Hanno dimensioni diverse (possono arrivare a coprire buona parte dell’avanbraccio) ma seguono lo stesso modello, rigido e a sezione circolare – ellitica, con apertura a tutta altezza nella parte inferiore. I tipici motivi ornamentali geometrici  (rettangoli, triangoli, parallelismi obliqui) sono definiti dai diversi colori delle perliine, che caricano il gioiello di significati leggibili.
Ogni perlina rappresenta la vita di un componente della grande famiglia a cui appartiene l’individuo che indossa il bangili. Il concetto di famiglia come nucleo allargato è una peculiarità non solo maasai, ma di tutta la struttura sociale del continente africano.

Anche il colore acquisisce un forte valore simbolico: l’azzurro rappresenta il cielo, quindi il Dio; il nero le nuvole prima della pioggia, quindi la vita e la prosperità; il verde la vegetazione rigogliosa dopo la pioggia, quindi la pace. Il rosso, che ricopre un ruolo preponderante nel vestiario tradizionale, simboleggia il sangue della mucca, il bianco il suo latte.
Ecco che Augustine rappresenta il bangili tradizionale, nel pieno della valorizzazione dei materiali di scarto.
Ne rielabora e ripropone i tipici disegni che si ritrovano anche negli altri gioielli tradizionali (collari e orecchini).

 

MEMORIES

La grande maschera di Augustine rappresenta, formalmente, la maschera tradizionale africana.
Realizzata esclusivamente con materiale di riciclo, il manufatto riporta i tratti tipici di una “maschera” lignea, utilizzata perlopiù nei riti religiosi tradizionali.
I grandi occhi, la bocca sporgente, i tratti netti creano un ponte diretto con l’Africa subsahariana.
La maschera copre il volto della persona che la indossa, ne nasconde volutamente le espressioni e, conseguentemente, le emozioni. Si pone come intermezzo tra l’io e il mondo esterno.
Augustine sceglie espressamente di crearla ricorrendo ai materiali poveri, quelli di scarto: tappi di succhi di frutta e fil di ferro ricavato da vecchie recinzioni.
Le dimensioni dell’opera dimostrano il grande lavoro necessario per la creazione: un tappo alla volta, un filo alla volta, come le perline del tradizionale bangili maasai, che si uniscono in una densa trama, in un grande puzzle colorato, in un mandala declinato all’africana.

La maschera, che nella tradizione popolare rappresenta la vita, impersonifica la memoria di Augustine, dei suoi compaesani, dei kenyani, dei maasai, degli africani e di  ogni essere umano.
Grazie alla memoria qualcosa si tiene in vita. La tradizione, l’essenza dell’uomo, l’ambiente in cui egli è nato, che è parte di se, rivive nella maschera di Namatsi.
Augustine si ricorda di Busia. Il piccolo villaggio, che sorge al confine con l’Uganda, lo ha accolto nell’infanzia e nella prima giovinezza. La fervente vita di Busia era dettata dalle piccole attività commerciali, dai mercati, dai pescatori, dal lavoro artigianale femminile.
Nel viaggio intrapreso recentemente, dopo quindici anni dalla sua partenza dal Kenya, Namatsi trova una Busia diversa, più industriale, moderna, grigia.
La maschera così diventa un velo, un effetto fuori fuoco sul ricordo, sul passato che, se da un lato lo offusca e lo rende lontano, dall’altro lo preserva, quasi intatto. Scatta una fotografia istantanea e retroattiva.
Immortala un’Immagine.

Memories rappresenta la fatica e il lungo tempo necessario per arrivare a una soluzione, per metabolizzare l’importanza della salvaguardia ambientale.

Ogni tappo è un passo, verso il futuro, ma al contempo verso il passato.

Ogni tappo, timido oggetto riciclato, è essenziale.

 

Testi di Paola Corrias per LA SCADENZA, personale di Augustine Namatsi Okubo, in collaborazione con FOUDUDIA