Intervista: Danilo Murtas


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25 gennaio 2012

Io e Danilo Murtas ci siamo conosciuti attraverso una serie di fortunati eventi di comune interesse (Musicarte in primis) e mi ha da subito colpito la sua indole allegra, colorata, vitale.
Le sue opere, con cromatismi che vanno dal nero china delle locandine, agli spropositati colori del fumetto statunitense, sino a conquistare gli acri sentori dell’isola d’origine, sono capaci di catturare anche lo sguardo più distratto.
Anche un cieco potrebbe apprezzare un suo quadro: la maggior parte sono in braille. Tridimensionalità dallo spiccato accento sull’american dream rockabilly degli anni ’50.
Inoltre, il nostro si occupa anche dell’organizzazione di concerti e manifestazioni quali il Booze Party.
Così, tra discorsi da bassisti convertiti in pittori e il nome dimenticato di quel tizio mefistofelico che cantava a Muravera vent’anni fa, eccovi una bella porzione di quel che ci siamo detti.

A.P.: I tuoi lavori sono influenzati da un immaginario anni ’50/b-movie/horror/rock’n’roll/rockabilly.
Da dove arriva questa fascinazione?

Danilo Murtas: Tutto è partito da un parente che ascoltava punk, quindi tra i miei gruppi preferiti ci sono i Ramones. Il percorso anni ’50 nasce da lì. Tu ti dirai: “Perché? Loro sono anni 70…”. Quello che mi piaceva di piu’ dei Ramones era quella vena rock’n’roll che riprendono dal passato, quando facevano “Let’s dance” e altri pezzi ballabili.
I classici, anche in chiave punk, mi piacevano, ma preferivo le sonorità roots. Così ho iniziato a scavare. Prima non c’era internet, ero un ragazzino che se ne andava in edicola per trovare qualsiasi fonte d’informazione valida. Questa ricerca non si è mai fermata: non son mai andato altrove, allargo gli orizzonti ma la base rimane la stessa.
Col tempo, dalla musica sono passato ad altri campi: sono appassionato di action figures, di modellismo vintage, di automobili, di cinema, di tutto quello che sta dentro quell’immaginario da “American graffiti”. E’ stato un periodo magico. In quegli anni c’erano una marea di gruppi che suonavano, tutti facevano musica, e proprio là in USA hanno sfornato qualcosa di allucinante. Ascolto continuamente roba di quel periodo ma non mi avvicino neanche lontanamente ad averne un’idea totale. E’ stata un’esplosione! Poi dopo la guerra, figurati, c’era proprio la voglia!
Le mie ricerche sono arrivate ai sottogeneri e sono tornato indietro sino allo swing anni ’40. Mi sono sflesciato. E grazie a internet conosco una marea di gente in questo settore e quando posso esco, vado a rassegne e festival vari.

A.P.: Come hai iniziato?

Danilo Murtas: Sin da bambino avevo questa passione per la musica, di sicuro il DNA! Anche mia madre e mio padre non se lo sono mai spiegati. Me l’hanno sempre detto, se entravo in un negozio di giocattoli guardavo tamburi, chitarre giocattolo, queste cose qua. Ho avuto la fortuna di sentire dei nastri già a nove, dieci anni, e tutta questa storia musicale ha influenzato molto il discorso figurativo.
Per quanto riguarda l’arte, nasco con il disegno. Ho una ricca documentazione di cartelle e cartelle che inizia dalla scuola materna. Ho sempre pasticciato, disegnato, costruito, creato. Poco prima del 2000 ho iniziato seriamente a catalogare tutti i miei lavori, che conservano sempre una traccia rock.

A.P.: Quanto è importante lo spazio in cui crei? Ti determina?

Danilo Murtas: Vivo con i miei. All’inizio, chiaramente, avevo la cameretta classica con la scrivania, i libri di scuola. Ho tolto tutto e il primo banco di lavoro era quello. Iniziando a frugare i colori, il gesso, il carboncino, ci si sporca, diventa un casino, e questo mi ha sempre limitato. Facevo fogli normali, A4.
Per un periodo ho lavorato in lavatoio, potevo sporcare di più realizzando opere elaborate. Mia madre non credeva in quello che facevo, e quindi stava sempre lì a lamentarsi, come tutte le mamme. Alla fine le ho detto che avevo bisogno di un posto. A casa c’era un’altra stanza, quella degli ospiti. L’ho smontata e l’ho occupata! E anche il fatto di essere figlio unico mi ha concesso l’opportunità di avere un ambiente mio.
Lo spazio influenza molto il lavoro, la maniera di operare, la spontaneità. Ora sono tranquillo ma all’inizio mi sono dovuto fare una programmazione mentale, in modo tale da agire bene dividendo tutte le fasi d’azione. E poi…sono sempre alla ricerca di un locale, un garage, un laboratorio per poter organizzare una sala espositiva.

A.P.: Quanto ti influenza l’ambiente sardo e, in particolare, del Sarrabus?

Danilo Murtas: Mio nonno era pastore cosi pure tutta la sua famiglia e vivevano in montagna e, come tutti noi sardi, sono molto attaccato alla nostra terra, soprattutto alle tradizioni. Mi affascina molto la lingua. Partendo dal dialetto, che ormai anche tra noi giovani non si parla più, dalle parole, i vocaboli, che loro usavano e si sono persi.
Questa cosa mi fa incazzare. Io se incontro una persona anziana affronto un discorso in sardo senza problemi, anche pensando in sardo. Sto facendo una ricerca familiare, prendendo appunti, scrivendo tutto quello che ormai è dimenticato.
Seguendo questo filone, mi piacciono molto le storie di paese, l’umorismo tipico, e ho fatto tutta una serie di quadri che raffigurano le vecchiette, le massaie, i mestieri. Adesso sto preparando un’intera esposizione su questo tema per Musicarte, un evento da me creato l’anno scorso. Ci sarà la musica dal rock’n’roll alle launeddas, l’organetto ecc. Mi piace valorizzare la mia zona, ed è anche per questo che ho creato degli eventi come il Booze Party a Muravera. Un festival che ogni anno ha accolto un sacco di musicisti (in tutti questi anni più di quaranta bands, regionali, nazionali e internazionali) con un notevole riscontro di pubblico.

A.P.: I quadri tridimensionali. Da dove arriva questa idea? Che materiali usi?

Danilo Murtas: Il discorso sulla tridimensionalità è legato ai soggetti che rappresento, del tutto simili a cartoons e quindi alle action figures, i pupazzi. La voglia nasce da lì, mi sono detto: “Voglio fare qualcosa che vive. Far uscire il personaggio dal quadro. Non più due dimensioni, ma tre.” La pittura classica è bella, però rimane sempre una sorta di “fotografia”. Da un certo punto di vista produco alto rilievi, alcuni sporgono anche di venti centimetri.
Per quanto riguarda i materiali, mi ha ispirato un amico e in seguito ho seguito una mia strada, rielaborando la sua idea. Tutti i quadri son fatti con roba riciclata, nata dal cestino, dalla bottiglia di plastica al pezzo di rame, dal cartone ai piatti. Mi son attrezzato di materiali per rivestire, cartapesta, vinavil. I primi tempi usavo nastro e pinzatrice, poi per fortuna hanno inventato la pistola a caldo…consumo chili e chili di colla, però è veloce, attacca subito.
Poi mi piacciono molti i colori vivi, per il genere cartoon. Per il discorso della Sardegna, invece, cerco sempre di tenere una linea cromatica vicino ai colori della terra, dall’ambra all’ocra. Avrei sempre voglia di farli da me, ma tra una cosa e l’altra compro il tubetto di colore pronto. Ho iniziato con quelli a olio, ed è stata una follia! L’olio sporca, non asciuga, immaginalo sulle semi-sculture che faccio…per colorare ci devi entrare dentro!
Ho sempre odiato l’acrilico. Un giorno vado al negozio e lo prendo: provandoli mi sono accorto della praticità e sto usando quelli. Poi se tu vuoi l’effetto così lucido hanno inventato lo spray. Uso molte cose da ferramenta. Alla fine, come linea artistica, uso solo i colori. Ad esempio, niente tele, ma pannelli di compensato con una cornice dietro come spessore. Taglio il legno, mi piace sentirne l’odore…

A.P.: Le opere d’arredamento, il design. Esiste un luogo tra commerciale e creativo?

Danilo Murtas: Ho voluto allontanare il pezzo unico del quadro perché poi odio ripeterlo, anche su richiesta. Ho deciso di fare una linea molto più economica sia per me che per il pubblico. E’ veloce come realizzazione, un lavoro fatto a mano ma riprodotto in serie. E’ un lavoro artistico, ma ha tutta un’altra strada di mercato. Sto facendo anche gli orologi da muro, ne ho disegnato tantissimi e col tempo li realizzerò. Ognuno ha la sua peculiarità legata al significato della figura che va dall’invenzione originale all’artigianato etnico.
E’ stata una scelta, perché sino all’anno scorso ho sempre lavorato da dipendente, come tutti. Ho deciso di fermarmi e dedicarmi solo alle mie opere. Mi mantengo con quello che faccio. Ti sembrerà strano, ma ogni giorno metto la sveglia, mi alzo e cerco di produrre il più possibile, di esporre. Sta diventando un lavoro, crisi a parte!

A.P.: I tuoi poster/locandine di concerti si avvicinano all’arte di Rick Griffin e al mondo del fumetto. Hai mai pensato a questo campo?

Danilo Murtas: Lui pesca di più dagli anni ’60, da quel mondo psichedelico. Io faccio a mano le locandine dei miei gruppi, ma anche di altri che conosco.
Per quanto riguarda i fumetti, solo qualche proposta, ma non è mai uscito nulla. Mi piace tanto disegnare in bianco e nero, usare la china, ma ho sempre prodotto le mie cose. Il fumetto sta anche nei quadri: non disegno mai un volto realistico, sempre caricato.

A.P.: Mi racconti la carriera di bassista/contrabbassista?

Danilo Murtas: Ho iniziato quando avevo quattordici anni, con un Eko di fine anni ’70 a forma di Les Paul di seconda mano. Era di un ragazzo che suonava, l’aveva abbandonato.
Provavamo sempre in garage, come tutti, ma anche in salotto, con tanto di credenze e bicchieri rotti per i volumi a palla. Eravamo un gruppo di amici, i Macchia Nera. Uno suonava la batteria, uno provava a cantare quattro cose messe assieme. Strumentazione zero: un amplificatore a tre ingressi. Abbiamo fatto un po’ di concertini in giro.
Poi mi sono lanciato col garage, la prima formazione si chiamava The Wart Hogs, diventata in seguito Be-Caveman, ma è durata poco perché il batterista se ne è andato. Ho formato i Teasers e gira e rigira, l’ho finita a suonare con le persone che ho sempre seguito da ragazzino. Facevano parte dei Metanolo, un gruppo locale che non ha mai inciso nulla, ma faceva serate nei chioschetti qua al mare. A me sono sempre piaciuti e il destino ha voluto che suoni con un paio di loro. Sono nati i Wholly Cats, facciamo swing anni ’40/’50. Inoltre ho messo in piedi anche un trio rockabilly: The Ruffled!
Dal 2007 finalmente mi sono comprato il contrabbasso, ci sono arrivato tardi per questioni economiche. E’ costoso e voluminoso.

A.P.: Tutto questo è frutto della scena muraverese anni ’90…hai vissuto il periodo dei mangianastri e del cd originale…

Danilo Murtas: Per fortuna a Muravera c’è sempre stato chi suonicchiava. Nella nostra cricca c’era gente appassionata e ci siamo tirati l’uno con l’altro: “Ti passo la cassetta…ascolta questo, ascolta quello”. Inverni trascorsi a trasferire con le doppie piastre e fare le copertine disegnate. Quegli anni li ho passati così, fisso a macinare queste cose. Poi sono arrivati i cd, e ne ho comprato parecchi. Come per i quadri, mi piace toccare con mano, e poi comunque è cultura. Ricordo quando entravo in un negozio di dischi e vedevo le copertine. Mi veniva voglia di comprarlo senza sapere cosa c’era dentro!
L’mp3 è bello, lo usiamo tutti, ma mi fa incazzare quando salgo in macchina e un amico infila una chiavetta nello stereo. Se gli chiedi: “Cosa stai ascoltando?“ ti risponde: “Boh…!” Nei dischi originali ci vedi la faccia dei musicisti, il nome, i titoli, la copertina. Tutto fa cultura.

A.P.: Anche mentre lavori ascolti musica?

Danilo Murtas: Quasi sempre…alle volte proprio nulla. Muravera è un paese tranquillo, dopo pranzo c’è un silenzio, che poi non è silenzio, perché si sente sempre qualcosa. A periodi mi piace stare con le finestre aperte e sentire la pace del mondo. E anche i volumi del mio stereo, negli ultimi tempi, si sono notevolmente abbassati.

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

Un sentito grazie a Sergio Pilia e Angelo Argiolas.

Info Danilo Murtas:

http://www.facebook.com/profile.php?id=1492841248
http://www.myspace.com/luckydannysstudio
http://www.myspace.com/boozeparty

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