Live report: Signorafranca – Fabrik, Cagliari


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19 febbraio 2012

Quella mattina, era totalmente immersa nei suoi pensieri, uno strano melange tra “Madame Bovary” e qualsiasi cosa di Joyce, naturalmente ignara di cosa ciò comportasse: “Agnai Basilio che cosa mi stava dicendo oggi per pulire per terra a me me lo voleva insegnare che prima si pulivano i mobili poi si passava la scopa e alla fine lo straccio o Straccio se fai così poi si ri-riempie tutto de pruiri noi che non siamo una famiglia di zozzoni prima spazzi bene ma bene per terra poi spolverare tutto poi fetti a sa fini una bella passata de moccio quello sì che pulisce bene lo straccio voleva usare pò cussu chi faidi s’imbianchinu, di casalinghe maschi non ne esistono nonnessannofaredicose!
Ma nel suo cervello, in uno spazio recondito oltre ogni dire, qualcosa scattò, innescato da un non-si-sa-che di neurocerebrale.

ZAP!

Ih! Eitt’è custa cosa? E’ tottu nieddu! Ma etta soi, insurpendummì? Sembra di essere di notte!
Signora Atzeni si trovò a volteggiare per aria, sospesa in uno spazio vuoto, come un angioletto durante la recita di fine anno. Per fortuna aveva imparato a nuotare durante una vacanza a Pula, quando era stata portata a balneare da zio Mario, un anziano parente con la mania per le spiagge, le carte da gioco e le belle donne.
Tra capriole e capitomboli, senza per nulla perdere il lato signorile che la distingueva da sua cognata Irma, questa splendida sessantenne si ritrovò davanti uno spettacolo quantomeno metafisico: in mezzo al buio, due enormi figure mitologiche si fronteggiavano algide.
Era quella famosa scena de “Il settimo sigillo“, o una sua mutazione a colori?
Sedute, occhi fissi davanti, ma senza guardarsi.
La prima impressione fu quella di Zeus e Cronos che combattono una battaglia tutta mentale.
Anzi, una battaglia navale.
Strumenti alla mano: una zeroquaranta di caffé nero carico, l’oscurità, la concentrazione e uno di quegli aggeggi che aveva anche suo nipotino Gabriele, a cui chiedeva spesso: “Etta ses, chattendu?
Di tutto quanto ne avevano uno ciascuno.
Non facevano baccano, se non uno strano ronzio, vicino alla musica, ma che non si sarebbe mai potuto definire tale. Erano suoni, non musica. Questo capiva Signorafranca, da lontano, col pilota automatico.
Lei, sempre a pancia in giù, con la collana che penzolava a mezz’aria, gli occhi ancora vispi, screziati di verde, solo leggermente filtrati dagli occhiali nuovi, osservava ammutolita.
Di colpo, da qualche parte (difficile definire da dove) un turbinio di immagini, come indizi di una vita tra i fornelli, utili a costruire un quadro misterioso quanto affascinante, altro.
Una cosa mai vissuta, eppure sempre sottilmente presente, nei suoi rapidi anni di sola esperienza sul campo del quartiere Sant’Avendrace.
Un’enorme scatola di mattoncini si scaricò nel nulla.
Due diligenti leoni si premurarono di raccogliere le costruzioni con le loro vanghe, simultaneamente, e lanciarle in aria, far si che esse si disponesseno ben ordinate su un mucchio, divise per colore, per forma, addirittura per odore.
Odore?
Odore.
I leoni spariscono, via, e lo Zeus che sta alla sinistra si toglie la giacca e l’appende sulla spalliera della sedia, sorso dal boccalone caffeinico e via a continuare la partita. Ora sono scacchi, ogni mossa un tocco sull’orologio, che ticchetta in mezzo alla tavola. “Il terminale è staccatosussurra Franca, senza sapere cosa voglia dire, “è la strategia del sottobosco“.
Un’enome fabbrica emerge in rilievo.
All’esterno, ma con ascensori in vista.
I due dei, immersi nella loro partita a shangai, salgono e scendono, all’infinito, per l’eternità e per l’esistenza, imitando il gocciolio di un enorme rubinetto piazzato in cima allo stabile.
E’ metafisico, infernale.
Ieri su canale cinque “Cube – Il cubo“, facendo zapping un video dei Tool.
Il cubo?
I Tool?
Il cubo e i Tool.
Mentre un Godzilla con la testa di David Arnold si morsica tutta la scena passa una fila di carcerati che, mano destra uno sulla spalla dell’altro, trascinandosi un dado al posto della classica palla e battendosi un guscio di tartaruga sulla testa, urlano “Djed! Djed! Djed! Djed!” come degli invasati pazzoidi.
Ma chi diavolo è David Arnold?
Non si sa, perché intervengono dei Mastro Lindo dotati di solo busto a sconfiggere i galeotti. Sono i due che giocavano a domino (o a dama cinese?) e Franca cerca di spiegarsi con loro, ma dalla sua bocca escono solo due parole: “Ossi” e “Tissi“, per cui il tentativo si fa vano.
Oltretutto i due non hanno orecchie per intendere, e preferiscono accomodarsi su dei divanetti bianchi da locale berlinese a leggere “Der spiegel“, che in copertina mostra un Thom Yorke senza occhio bao, ma con il labbro leporino e un Joaquin Phoenix che si chiede “Perché a lui si e a me no?
E’ tutto bianco. Tutto bianco.
Le ballerine lasciano spazio a Matthew Barney: senza occhio bao, senza labbro leporino, ma con un enorme piatto di spaghetti di fronte al muso, un cappellino all’americana in testa, che lo fa sembrare un idiota, per non parlare dell’orrenda maglietta bianca che ha indosso. Continua a gemere che la malattia non ce l’ha lui, ma che è stato Steven Soderbergh a metterla in giro. Si apre un taglio sul suo viso, aperto in spicchi trasversalmente, come un casco che ricopriva la testa. Ne esce fuori Soderbergh: “Vai a giocare con gli esperimenti genetici, o ridondanze padiglioni” e inizia a versare il contenuto di un alambicco dentro una bottiglia di olio.
Spaesata dalla situazione, signora Atzeni si aggrappa a un camion in corsa.
Il bianco si fa nero, e poi inizia a nevicare, per farsi di nuovo candido come la barba di frate Indovino.
Il camion percorre una statale.
Il cartello con su scritto “FARGO“.
Il camion sbanda. Cappotta.
Tutto diventa nero.
Infine rimangono solo delle luci rosse.
Ora quei lampeggianti ballano. Appaiono delle chele di granchio. Scrivono sulla tastiera di un computer.
Iniziano a volteggiare ritmicamente, come su un’altalena.
Quella sensazione chiamata malattia aumenta.
La nostra protagonista si sente perduta, inerme, in pericolo di vita. Come quella volta che…i funghi…tutto nero. Poi tutto bianco.

ZAP!

E a un certo punto signora Atzeni si svegliò.
Un ragazzetto con la coda di cavallo la guardava, tra l’implorante, il divertito e lo sbeffeggiatorio.
Le stava rivolgendo la parola con un tipico accento del Quartello: “O sinniora, mma mmi ffa passare? Mi, c’ho solo la coccaccola, il panbauletto e i faggioli! Dai che sono le sette e c’è concerto al Fabrik!! Mì a Piero – Ciao Piero!!
Un barlume: “Le sette, stavo passando lo straccio alle tre. Etta cauli…
Sguardo attorno, tre informazioni rapide e Signora Atzeni aveva già la situazione sotto controllo, in assetto da guerra:

1) Siamo all’LD di via Mameli.
2) Mi sono incantata. Mi sono incantata un paio d’ore.
3) Questo signorino vuole passare prima di me anche se ci sono io nella fila.

No, giovanotto, mi scusi. Ma là che non si fa così!” Mentre spiegava al gaurro di avere il pollo in forno (ma non era vero) subito subito accorsero altre due ultrasettantenni del barrio, che presero le difese della loro simile. “E’ vero, la sinniora c’ha raggione, l’abbiamo visto anche noi! E’ sempre in cerca di saltare la fila!
Matteo, che nella vita se l’era sempre cavata facendo il portapizza, non aveva grossa capacità dialettica.
Il suo tentativo si risolse con un: “Guardi sinniora che c’è anche il parmiggiano a dodici e novanta…se vuole andare…mi, è li…“, ma ormai era rosso come un peperone. Si girò di scatto e filò via nel reparto birre speciali, tanto per dare uno sguardo a qualche bottiglia che non si sarebbe mai comprato.
Signora Atzeni si guardò attorno compiaciuta, sicura di se a tal punto da spiegare alle sue due alleate che per fare il minestrone a Basilio qualche volta ci metteva anche due foglie di alloro e una patata già quasi lessa.
In cuor suo, però, continuavano a frullarle in testa tante immagini.
E suoni, a valanga.
Avalanches.
Passato presente e futuro mescolati.
Incastri della memoria mai visti.
Uno sciampugliamento totale di testa.
Qualche anno dopo avrebbe scritto un primo saggio sull’esperienza psichedelica totale e una monografia sui Dust Brothers.
In russo.

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

Info Signora Franca:

http://www.signorafranca.com
http://www.myspace.com/signorafrancamusic
http://www.myspace.com/signorafranca
http://www.facebook.com/pages/signorafranca-netlabel/460031465477

 

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