“Skepto International Film Festival”, Cagliari – Terza giornata: Grottesco, Sudamericano, Marketing, Videoclip e Prima Finale


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30 Marzo 2012

Terzo giorno di Skepto.
Terzo giorno in cui Cagliari si anima in un mondo indipendente, spezzettato, sfacciato, brillante, pensato.
Una terza giornata in cui le tematiche si diramano, in costante rivisitazione e stravolgimento.
Tre gli spazi in cui il pubblico può interagire, chiacchierare e passeggiare.
Incontrarsi, conoscersi. Tra gli aperitivi cinematografici e le pause tra una rassegna e l’altra gli autori, lo staff e il pubblico sono sempre presenti, in una mescolanza variopinta e vivace.
E intanto, si iniziano a vedere gli accostamenti tra le grandi masterpieces di questo Festival Internazionale.

Una piccola nota di demerito, l’organizzazione del programma: è davvero impossibile seguire tutto, tutto il festival. In quattro giorni, 130 mondi proprio non ci stanno.
Con tutta la buona volontà.
Talvolta il punto di forza può essere debolezza. Il consiglio che mi piacerebbe dare sarebbe di allungare una spalmata dell’intera proposta.
Una settimana buona.
Cosciente del fatto che occupare tutti questi spazi (Marina Hostel, Piccolo Auditorium, Ex-Artistico) e tutta questa gente (l’utente è costantemente aiutato/custodito/intrattenuto da una valanga di simpatici ragazzi in magliettina Skepto, per non parlare di tutto il personale organizzativo, con cui mi sono trovato benissimo) sia uno sforzo immane.

Questo lo uso come scusante per non aver potuto partecipare alla mattinata con i cortometraggi Scuole (di cui mi consigliano “Volevo le Snaik“, andiamo a reperircelo) e il pomerigio con cortometraggi Stile Libero (qua mi suggeriscono “Cose naturali” di Germano Maccioni, “Frenz” di Gabriele Ajello, “Non nel mio giardino” di Andrea Corsini e “Vado pazzo per le vacche” di Tommaso Magnano).
Putroppo, scrivendo un report al giorno, e non trovando parcheggio, mi sono proprio incasinato!

Seguendo il mio guru Stefano Schirru, mi sono fiondato alla proiezione di Skeptiricon (grottesco, trash e demenziale) giusto in tempo per gustarmi le tarantinate di “Hotel Gallimard” di Luciano Toriello che, complice un certo discorso televisivo da “Assassini nati” di Oliver Stone, riesce ad aggrapparsi all’attenzione sino all’epilogo.
Nel nome del madre” di Band Sans Art (in questa giornata le citazioni pulp abbondano) è il pasticcio da mensa universitaria che Roberta Torre si sarebbe divorata, mentre “La cri$i“, di Gabriele Meloni e Marco Spanu, la constatazione che tutti, ma proprio tutti, oggi dobbiamo fare i conti con le difficoltà economiche. Su “Sogno“, di Francesco Cecchelli, è ancora più marcata questa influenza dominante, “Le iene” è citato apertamente; ma chi ricorda uno splatter (italianissimo) della Troma intitolato “Medley – Brandelli di scuola“?
A questo punto, mi sento dentro un grindhouse a far passare il pomeriggio mentre qualcuno mi cerca, da qualche altra parte.

Subito dopo, la selezione dei cortometraggi sudamericani.
Una capacità enorme di fare estetica.
Una gigantesca predisposizione per la fantasia fiabesca.
Il mondo inventato. Eppure riconoscibile, autentico.
Su tutti: “El empleo” di Patricio Gabriel Plaza e Santiago “Bou” Grasso, “Lapsus” di Pablo Zaramella e “Sinexiscopio” di Álvaro Ortiz Altamirano.
Da disotterrare, spolverare e rivedere almeno una dozzina di volte.
Per farli propri.

Saltando i cortometraggi dell’European Indipendent Film Festival e Avanguardia e Sperimentali, che recupero sabato alle 18, vado a seguire il seminario “Cinema e marketing – Valorizzazione o massificazione?” con Gabriele Troilo, dell’Università Bocconi.
C’è da dire che i seminari previsti dallo Skepto meriterebbero degli articoli a parte, perché sono delle immersioni totali nel mezzo cinematografico e in tutto ciò che ne sta intorno. In un’ora e mezzo riusciamo a comporci, stando ben attenti agli appunti, un intero quadro, un punto di vista, un bignami su come il marketing operi sull’espressione artistica, sulla vendibilità come prodotto, sul riconoscere le caratteristiche di un fruitore/cliente tutt’altro che stupido, impermeabile o privo di carattere.
La parabola di Troilo, che tiene sempre a sottolineare la sua parzialità come operante nel settore, segna a colpi di slides determinati punti fermi, tutti a difesa di chi cerca di mercificare l’arte, talvolta massificandola, ma sempre cercando di capire quale sia il target giusto. Senza commettere errori.
Che si sia d’accordo o meno con Troilo (e con l’idea di quanto noi clienti vediamo gli altri clienti in modo stereotipato) il dibattito è acceso, fiorito, stimolante.
Riesco a fuggire controvoglia poco prima della fine: mi aspettano i videoclip.

L’ambiente si fa più familiare.
Tanti i visi conosciuti.
Ora come ora, mi occupo prevalentemente di musica, concerti, gruppi. E tanti di questi videoclip li ho già amati e assimilati. Eppure, vederli assieme, sparati a raffica uno dopo l’altro provoca strane vibrazioni. Come dire che il tutto è più della somma delle sue parti.
Mi sento di menzionare, tra gli altri: “Nell’acqua” degli En Roco, di Valeria Cavagnetto e Teresa Rocco, sulle orme di “Just” dei Radiohead; “The letter” dei LE-LI, di Theo Putzu le cui lettere animate a passo uno compongono un etereo indie-pop; il “K-Conjog – Chapter II” di Francesco Lettieri, tutto in specchietto retrovisore; “From A to Z” di Andrea Rapallini, come se gli Alexis Storm fossero Di Caprio in “The beach“, ma con più drogazza; il noir da camera di Waves On Canvas, con “Angel” di Fabrizio Marrocu; il mio preferito, “Bee twin mountain” di Enrico Ciccu, per gli Everybody Tesla: una dannata macchina anologica/serrata/loopata con hipster, ragnoni, campionatori, builla e stuzzichini da solotto; infine, il cromatico Dario Trovato ci espone le glaciazioni con vino, caffé, zafferano e detersivo di “Melt“, sonorizzato da Mom8, progetto guidato da Maurizio Corda, Matteo Carrus e Mario Massa (autore delle musiche).
Da notare come parecchi di questi videoclip siano prodotti da Shibuya, collettivo che a Cagliari sta realizzando un pacco di roba interessante. Come ad esempio il cortissimo in concorso “A wor(l)d for Japan“, sempre di Enrico Ciccu, con musiche di Gionata Mirai.
E anche questo è da ri-acchiappare stendendo le reti sul web.

Arriviamo alla serata finale, prime time con le proiezioni dei finalisti.
In programma, la rassegna dei cortissimi, tra uno e quattro minuti, e la prima finale dei corti, sino ai venti minuti.
Non c’è che dire, solo opere di primo livello.
Come al solito non mi sbilancio troppo, ma se proprio dovessi scegliere, mi troverei in crisi tra “The big puddle – La grande pozzanghera” di Davide Castagnetti e “Obsession #1” di Samuele Rubagotti. Due pugni in faccia alla coscienza. Lampi di genialità, così come deve essere un cortissimo. Perfezione pura.

Al turno dei “lunghi” la scelta è proprio un massacro, un dolore, dato che i lavori presentati sono estremamente eterogenei, e tutti quanti validi.
Ma se proprio fossi sul letto di morte, e ve lo dovessi confessare per aver salva la vita della mia progenie, vi direi che lo sci-fi di “Rabbit hole” di Guðmundur “Mundi” Hallgrímsson, con il suo lento incedere, la mitologia nordica, lo splendido skyline, mi ha lasciato di stucco.

E non è poco, dopo una giornata pregna di suoni mirabolanti e fantastiche visioni.

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

Info Skepto:

http://www.skepto.net
http://www.skepto.net/content/programma
http://www.facebook.com/pages/Associazione-culturale-Skepto/337187909775
http://vimeo.com/37251182

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