Dal disgusto al delirio: analisi dell’opera “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Thompson – La straordinaria propensione a stare in piedi dopo una sfida a chi beve di più


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22 maggio 2012

Uscito in due puntate sulla rivista Rolling Stone (citata anche nel testo, pag. 27/75 e 69/180) perno della vita culturale di San Francisco, nata dalla mente di Jann Wenner e Ralph J Gleason, sullo sfondo dello Free Speech Movement dell’Università di Berkeley, e tutt’ora in stampa, il lavoro di Hunter S. Thompson diede una scossa al panorama giornalistico di inizio anni settanta, definendo un nuovo metodo di narrazione.

Il gonzo journalism fonde reportage e romanzo, cronaca e finzione, dettaglio storico e divertissement letterario, ignorando il concetto di oggettivismo giornalistico e introducendo elementi di finzione coadiuvati da una sferzante satira, tormentoni ricorrenti, volgarità ed esagerazioni che rendono tutt’altro che nitida la linea di demarcazione tra vero e falso.

Il metodo  gonzo impone che l’autore sia all’interno della storia che scrive, non solo come narratore interno, ma come protagonista dell’azione, facendo sì che documentando, ad esempio, un evento sportivo, non importi tanto il risultato, quanto come il giornalista sia riuscito a trovare i biglietti per entrare nell’arena, o cosa sia successo tra i posti a sedere durante la partita.

Con uno stile che ormai si è evoluto in più campi, pornografia compresa, Thompson ha creato una branca del New Journalism (nato in quel periodo con Tom Wolfe, Gay Talese, Truman Capote, Norman Mailer in un flusso che fonde diversi tipi di scrittura non convenzionale) imitata soprattutto nella critica musicale e nel reportage geografico.

La peculiare attitudine non proprio stacanovista di Thompson l’ha reso unico. Nel 1970, spedito da Scanlan’s Montly a seguire il Kentucky Derby nella sua Lousville, si è trovato senza nulla di concreto da spedire se non i suoi appunti, un diario scritto in forma di stream of consciousness delle impressioni sull’ambiente compassato e reazionario, e sulle bevute con l’illustratore Ralph Steadman, autore gonzo anch’egli, ma nel campo visuale figurativo,.

The Kentucky Derby is decadent and depraved“, che inizialmente sembrava un articolo poco riuscito, e passato inosservato, è diventato l’inizio del cammino che ha reso famoso Thompson. Dopo aver letto questo pezzo, Jann Wenner si interessò seriamente a lui che, una volta iniziato a scrivere per Rolling Stone, divenne il uomo di punta della redazione.

Thompson è stato un giornalista anomalo per il bimestrale di San Francisco: pur non essendo propriamente un critico, ha sempre inserito i gusti musicali personali all’interno dei suoi lavori, come qualsiasi altro riferimento alla vita quotidiana dell’America del suo tempo.
In “Fear and loathing in Las Vegas” è presente una colonna sonora che considera brani coevi, quanto la musica del passato anni sessanta.

Il Bob Dylan di “Mr. Tambourine man” compare anche tra le dediche, e Thompson rimarrà sempre legato a questa canzone, tanto da disporre che venisse suonata al suo funerale, e al suo autore, considerato il poeta più intenso, visionario e acuto della sua epoca.
Anche “Stuck inside of Mobile with the Memphis blues again” è utilizzata, come titolo dell’undicesimo capitolo della prima parte (pag. 28/80) per descrivere il sentimento di solitudine e senso di smarrimento che prova Duke quando si trova da solo a Las Vegas, e le due sono citate a fine romanzo (pag. 70/182) quali uniche canzoni in grado di salvare la situazione in cui si trovava, di nuovo in preda alla paranoia.

I Rolling Stones di “Sympathy for the devil” (1968) e “Love in vain” (1969) sono tra i preferiti di Thompson, detentori di un’ideologia che non permette di fermarsi e che ama il lato oscuro di ritmi ed accordi persi nel tempo. I Jefferson Airplane rappresentano invece San Francisco, città d’adozione di Thompson, con “White rabbit” (1967) padrini di una psichedelia allucinata che guida come protagonista il settimo capitolo della prima parte  (pag. 18/54) di “Fear and loathing in Las Vegas

Pezzi come “One took over the line” (1971) di Brewer & Shipley, “The battle hymn of Lt. Calley” (1971) di Terry Nelson, “Power to the people – Right on!” (1971) di John Lennon, “Joy to the world” (1971) dei Three Dog Night, “Bridge over troubled water” (1970) di Simon & Garfunkel , “Lucy in the sky with diamonds” (1967) dei Beatles e “Chicago” (1970) di Graham Nash completano il quadro di riferimenti politici e sociali che Thompson intende delineare e definiscono il periodo in cui si situa il racconto.

Testo di Alessandro Pilia

Foto di Paola Corrias

 

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