MARCELLO NOCERA

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Una serie di fotografie di distributori cattura la mia attenzione. Colori fluo, luci al neon, buio pesante. Ricordano le scene di un film. Mi incuriosisce.  E’ Marcello Nocera.

Con un sottofondo di musica trascendentale, nel 2005 cambia il proprio destino liberandosi delle vesti di fotografo professionista per esercitare la sua vocazione in totale libertà. Sperimentazioni/sovrapposizioni/manomissioni delle immagini interessano il primissimo periodo di produzione artistica.

In questi ultimi anni Marcello Nocera rappresenta la realtà con la fotografia tradizionale, libera da superfetazioni. Il linguaggio è ordinato e leggibile, l’insieme è schematico. Eppure i suoi lavori sono un multistrato di concetti e di messaggi che si insinuano tra le sovrapposizioni di layers.

La sintesi della foto é un’occasione di riflessione, oppure di analisi.

Calibra la geometria e la composizione cosicché l’occhio non superficiale si immerga nella sensazione di sospensione, di freddo e silenzio, di desolazione e grande solitudine. Tutto però resta fermo allo stato potenziale. Catalizza e trasuda nuove reazioni chimiche, smuove gli altri sensi. Induce, appunto, l’analisi.

L’occhio diagnostico di Marcello é una radiografia della società attuale, una termografia che mette in evidenza i punti caldi.

Pochi pieni e molti vuoti. Ampi spazi circondano il soggetto principale. Si passa per l’astrazione per poi arrivare al concetto chiave.

Il suo sguardo è tangente, non interseca mai niente e nessuno se non in un solo punto. Gli basta quel poco per capire, per osservare e per fuggire di nuovo lontano.
Lascia spiazzati davanti all’inquadratura della più scontata scena quotidiana. La norma e il rito hanno assuefatto la collettività e invece Marcello Nocera sputa in faccia la realtà più cruda. È riflessione per induzione.

Realtà: macchine abbandonate allo scorrere del tempo e all’azione degradante degli agenti atmosferici, pale eoliche fuori scala in confronto a un minuscolo uomo solitario, montagne di immondizia, persone avvolte in un telo di plastica opaco che non lascia comunicare interno ed esterno, carrelli per la spesa che attendono tutta la notte per rianimarsi il mattino dopo, distributori di benzina e di cibo confezionato immortalati in un fermo immagine degli anni ’90 arrivato intatto fino al 2016. È la nuova società dell’era del prodotto, prodotto e consumato e scartato dagli schiavi della mercificazione del proprio tempo. È il momento del consumismo convulsivo e allora lui, Marcello, si chiude in se stesso e torna al sogno originario di essere libero.

Dreamer.

Secessione: BN, mosso, lo-fi, nuvole. Esorcizzazione delle paure. Isolamento. Meditazione.

Soffoca chiuso da un telo di plastica, non può amare nessuno così avvolto nel materiale polimerico (“Gli amanti”, René Magritte / “Seul contre tous”, Gaspar Noé).  Il telo è la vita che separa dalla morte, la maschera, la membrana cellulare che contiene un microcosmo, la forza degradante che continuamente si oppone alla voglia di reagire e viceversa.

Sfida l’universo e rincorre le risposte che ha cercato da sempre, corre verso i limiti così l’orizzonte indietreggia ancora un po’, come nel  lontano 1985.

Nella continua ricerca volge lo sguardo al cielo. Si spinge ancora più in alto ma mai troppo oltre. Qualcosa lo tiene incatenato alla vita più comune, così persegue l’infinito con un rito di comunicazione ultraterrena. Guardando il cielo nero può vedere se stesso dall’alto, una  ripresa oggettiva, l’unico modo in cui vuole rappresentarsi.

Dreamer: il lavoro artistico più attuale è un percorso dinamico di elaborazione del dolore e (forse) di guarigione, greve di utopie notturne, di spighe di grano e pulviscolo atmosferico smosso da un motore acceso. E’ una via crucis con in sottofondo un rumore di bottiglie di vetro oltre le spesse quinte di fumo.

Dreamer è la speranza dell’artista di trovare la sola risposta a cui aspira attraverso un lavoro strettamente personale e molto profondo. Indaga se stesso.

Marcello Nocera compie il viaggio a ritroso, dall’articolazione fotografica e liberatoria del primo momento alla fotografia più tradizionale del momento attuale, un tragitto che può seguire solo un grande esperto della materia e della tecnica.

Lo chiama work in regress.

Marcello Nocera on Facebook

di Paola Corrias

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Storia e definizione di museo dalle origini a oggi

Il museo, nel corso dei secoli, ha acquisito sempre nuovi significati e ruoli cui hanno corrisposto nuove impostazioni spaziali. Il termine museo deriva dal greco antico mouseion, la casa delle Muse, figlie di Zeus (padre e sovrano di tutti gli dei) e protettrici delle arti e delle scienze, patrocinate da Apollo (dio di tutte le arti, della medicina, della musica e della profezia). La prima testimonianza scritta sul museo si ha dai testi di Strabone (III secolo d.C.) nel diciassettesimo libro della Geografia. Il geografo greco descrive Alessandria d’Egitto e gli immensi palazzi reali della dinastia dei Tolomei fino alla fine del IV secolo. Nei suoi scritti è contestualizzato il Mouseion, che comprende i portici, le sale simposi e il cenacolo ove sono serviti i pasti ai dotti membri. Il Mouseion ospita una comunità di eruditi votati esclusivamente allo studio di astronomia, filologia, matematica, geografia, filosofia. La loro completa dedizione per queste discipline è favorita dal mecenatismo regio. Il concetto di “museo” approda ad Alessandria d’Egitto per opera dei primi Tolomei che si ispirano alla scuola di Aristotele. Demetrio, tiranno di Atene, è scacciato dalla città e si rifugia ad Alessandria d’Egitto (300 a.C. circa). Nel centro ellenico era il principale fautore del Liceo di Aristotele. Il Re Tolomeo Soter, in seguito, chiama da Atene il fisico Stratone per affidargli il ruolo di tutore del figlio. Demetrio e Stratone sono gli ispiratori del mouseion e della biblioteca di Alessandria d’Egitto, il cui edificio è realizzato dal sovrano egizio Tolomeo II Filadelfo, nel III secolo a.C. Essi portano nella città i principi (intesi come la ricerca del vero e il culto delle muse) del Liceo di Aristotele e dell’Accademia di Platone, rendendoli istituzioni ufficiali. Facendo un salto di millecinquecento anni, la concezione più moderna del termine nasce nella Firenze quattrocentesca per indicare una raccolta di codici e di opere d’arte prevalentemente antiche. Nel XVI secolo (1537-38) la definizione si consolida ad opera dell’umanista Paolo Giovio. Il collezionismo si sviluppa in Europa tra il XV e il XVIII secolo. Gli umanisti cercano le vestigia dell’Antica Roma e si adoperano per la loro conservazione. Intraprendono attività archeologiche, tra cui accurati scavi. Nel 1462 Papa Pio II vieta il riutilizzo dei materiali di spoglio, dando un contributo alla tutela dei monumenti. Gli eruditi studiano i manoscritti e riscoprono gli autori classici. Collezionano le “piccole antichità” (medaglie, oggetti comuni o preziosi, frammenti di sculture). Il XVII secolo è interessato dal collezionismo di medaglie. Sono monete antiche, nelle quali sul fronte regna un’effigie e sul retro è rappresentato un monumento o un rito commemorativo di un particolare evento storico. La passione per il collezionismo, col tempo, si espande a un pubblico sempre più vasto: anche i Principi, tra cui Lorenzo de’ Medici, si avvicinano a questo nuovo mondo. Tra il XV e il XVI secolo il collezionismo è sempre più indirizzato alle statue dell’Antica Roma che sono esposte in grande sfoggio nei giardini. Per tre secoli la scultura romana rappresenterà l’archetipo del bello. Ora, contrariamente al passato in cui solo il valore del materiale o l’antichità del pezzo ne determinavano valore e pregio, acquisisce prestigio anche la qualità artistica e la fattura dell’opera o dell’oggetto.
Non ci si limiterà solo alla collezione di medaglie e di statue, ma il campo del collezionismo coinvolgerà le raccolte di incisioni ispirate alle statue classiche (ad esempio l’Ercole Farnese, una scultura ellenistica in marmo alta 317 cm di Glycon Ateniese, databile al III secolo d.C., oggi custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e i calchi delle statue stesse. I calchi sono impiegati per una realizzazione bronzea delle sculture.
Come gli umanisti raccolgono e collezionano medaglie, l’erudita Paolo Giovio colleziona ritratti su tela, originali o copiati dalle effigi delle medaglie. Li suddivide in quattro categorie: filosofi e letterati defunti, scienziati e letterati viventi, artisti, prelati e sovrani.
Giovio, tra il 1536 e il 1543, ospita le opere, ritratti di personaggi celebri, in una casa adibita appositamente a questo scopo, a Borgo Vico (Como). Intitola una sala alle muse protettrici e ispiratrici delle arti e ad Apollo denominandola “museo”, termine già in uso fra gli umanisti per designare un luogo di studio e di discussioni tra eruditi. Ma qui acquisisce un nuovo significato.
Paolo Giovio, medico, ecclesiastico, umanista e storico, nel 1550 pubblica i quarantacinque libri dell’Historiarum sui Temporis, delle biografie di contemporanei illustri strutturate sul modello dei grandi uomini dell’antichità.
Intanto l’Europa del XVI secolo è interessata da una nuova forma di collezione: il gabinetto delle curiosità. Si tratta di un tentativo di “ricostruire l’universo in una stanza” chiamato anche cabinet in Francia, studiolo in Italia e Kunst und Wunderkammer (stanza dell’arte e delle meraviglie) nei paesi germanici.
I principi arricchiscono le loro collezioni di antichità con pezzi curiosi e rarità provenienti da terre lontane. Ecco che cresce l’interesse dei collezionisti per gioielli, coralli, grandi conchiglie, utensili di popolazioni sconosciute a cui spesso si associano poteri magici. Il corno di un immaginario unicorno è un esempio di oggetto comunemente collezionato perché considerato un amuleto o un oggetto sacro. In realtà spesso si tratta del dente di un grande cetaceo dei mari del nord, il narvalo. Nella penisola italiana Isabella d’Este, marchesa di Mantova dal 1490, moglie di Francesco II Gonzaga, realizza il suo studiolo personale nel castello di famiglia, ove ama ritirarsi per gioire dei propri tesori antichi. Le collezioni del Granduca Francesco I de’ Medici non sono di antichità, ma composte da opere d’arte, dagli oggetti più preziosi delle collezioni della casata e da curiosità naturali che saranno inserite in un’ambientazione notturna dello studiolo personale, il quale diverrà un “guardaroba di cose rare et pretiose”. Il Granduca, appassionato studioso delle meraviglie che possono scaturire dall’incontro fra la Natura e l’Arte, desidera la costruzione dello studiolo, iniziata nel 1570 e portata a termine nel 1575. Il piccolo ambiente è stato progettato dal pittore e architetto Giorgio Vasari e dall’erudito Vincenzo Borghini. Il particolare fascino dell’ambiente si deve all’unione dei contributi di ben trentuno artisti diversi, quasi tutti membri della fiorentina Accademia del Disegno. Lo studiolo privato sarà direttamente collegato con la camera da letto del Granduca, unico accesso possibile.
Dal collezionismo di curiosità naturali (naturalia et mirabilia) prendono vita i gabinetti scientifici col loro naturalismo enciclopedico, un prototipo per lo sviluppo delle scienze naturali del XVIII secolo. (…)

Prosegue, alla prossima!

Prospettive da una macchina in movimento

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Punto, Linea, Corpo / Personale di Paulina Herrera Letelier

La Galleria Esdé nasce nel 2015 a Castello, uno dei quattro quartieri storici di  Cagliari e si inserisce all’interno di un fervente contesto culturale, dove arte istituzionale e underground si confrontano in un continuo dialogo.

Come una melagrana, emblema millenario della fertilità, Cagliari contiene tante cellule dedicate all’attività artistica strettamente connesse tra loro. Una di queste è la Galleria Esdé che si propone di promuovere un gruppo ristretto ed eterogeneo di artisti accuratamente selezionato.

La Galleria, con la direzione di Sara Giglio, conta al suo interno artisti quali Davide Siddi, acquerellista figurativo, Mauro Piredda, pastellista iperrealista, Paulina Herrera Letelier, specializzata nel disegno grafico e nell’acquerello, e Maria Puddu, acquerellista.

Il 5 marzo 2016  la Galleria ha inaugurato la personale di Paulina Herrera Letelier. Da Santiago del Cile, dove si è laureata in Architettura presso l’Universidad Central, a Cagliari, in cui lavora come socia dello Studio Professionisti Associati occupandosi di progettazione architettonica, urbanistica e paesaggistica, Paulina è da sempre una grande appassionata di fotografia, di design e di acquerello.

Ecco che dalla personale “Punto, Linea, Corpo” emerge distillato il tratto netto, deciso e schematico di un architetto severo e sintetico, che si ammorbidisce nel posare leggere velature di acquerello solo quando è strettamente necessario, quanto basta.

Composizione/Scomposizione/Parziale ricomposizione.

Punto, Linea, Corpo”, tre parole, tre immagini, tre significati ed elementi interconnessi: il punto ripetuto un numero infinito di volte genera la retta e la retta piegata, spezzata, scissa e ricomposta genera il corpo. Viceversa.

Un modus operandi che riprende il fare dell’architetto,  la fase in cui l’idea si tramuta in schizzo e diviene percettibile. Da idea a progetto. Da incommensurabile a commensurabile.

Dice Louis Khan “la prima linea sulla carta è già una misura di ciò che non può essere espresso appieno; è già una perdita”. Questo non è il caso di Paulina Herrera Letelier, perché l’idea, forse ricca, volontariamente si sintetizza nella carta. L’intento è probabilmente questo: la sintesi.

Scarnire le forme.

Evidenziare il concetto.

Lo schizzo come in architettura.

Lo scheletro portante delle forme. Lo scheletro del corpo.

Nelle opere di Paulina si può ritrovare l’affermazione del Maestro Giorgio Grassi “una porta è una porta”, una porta non può essere mascherata da muro.

Nelle sue opere Paulina mostra direttamente l’essenza delle cose e la loro composizione. Mostra invece la scomposizione quando un disegno esce dalla tela e si ripete nel piano parallelo ad essa.

Galleria Esdé

Dal disgusto al delirio: analisi dell’opera “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Thompson – L’Orrore e i rinoceronti

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16 giugno 2012

Fear and loathing in Las Vegas“. Siamo sempre all’undicesimo capitolo della seconda parte: “Truffa? Furto? Stupro? Brutale incontro con Alice del servizio biancheria” (pag. 63/166). Siamo sempre a uno dei passi più vividi del masterpiece gonzo. Thompson tratta le diverse mentalità e i cambi di prospettiva riguardo al Vietnam dei vari gruppi che componevano la controcultura. Continua a leggere

Urban: Giorgio Grassi all’Università di Cagliari

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30 maggio 2012

Giorgio Grassi.
Nato a Milano il 27/10/1935. All’età di venticinque anni si laurea in architettura al Politecnico di Milano. Per tre anni lavora nella redazione di ″Casabella-continuità″,la rivista diretta da E. N. Rogers.

Già nel 1965 insegna nelle Facoltà di Architettura di Milano e Pescara.
Il suo curriculum, lungo e sostanzioso, si arricchisce di Continua a leggere

Dal disgusto al delirio: analisi dell’opera “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Thompson – Uppers & downers: surfando sull’onda senza guardare il promontorio

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28 maggio 2012

La pubblicazione di Thompson, non essendo solo un romanzo ma anche un doppio articolo giornalistico, offre degli spunti per capire gli anni sessanta visti dal punto di vista del decennio successivo, in una retrospettiva amara e delusa da come si siano incastrati gli eventi.
Ci sono due passi in particolare, in cui Duke Continua a leggere

Dal disgusto al delirio: analisi dell’opera “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Thompson – La straordinaria propensione a stare in piedi dopo una sfida a chi beve di più

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22 maggio 2012

Uscito in due puntate sulla rivista Rolling Stone (citata anche nel testo, pag. 27/75 e 69/180) perno della vita culturale di San Francisco, nata dalla mente di Jann Wenner e Ralph J Gleason, sullo sfondo dello Free Speech Movement dell’Università di Berkeley, e tutt’ora in stampa, il lavoro di Hunter S. Thompson diede una scossa al panorama giornalistico di inizio anni settanta, definendo un nuovo metodo di narrazione. Continua a leggere

Dal disgusto al delirio: analisi dell’opera “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Thompson – Red (about Toby): “He was a crook.”

19 maggio 2012

Non sempre lo scrittore è associato al suo alter ego letterario.
Per questo Hunter S. Thompson verrà sempre ricordato come un giornalista politico, e non solo come Raoul Duke, il consumatore di mescalina. Si è occupato di politica, e la viveva, come fosse la sua seconda anima, con la speranza Continua a leggere

Dal disgusto al delirio: analisi dell’opera “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Thompson – La citazione iniziale

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15 maggio 2012

He who makes a beast of himself gets rid of the pain of being a man.

Dr Johnson

La citazione del letterato più illustre nella storia inglese è la prima degli innumerevoli Continua a leggere